Se si vuol trovare un albero peculiare e archetipico del paesaggio marchigiano, in grado di diventarne un simbolo come il cipresso lo è della Toscana o il pioppo della Lombardia padana, allora la scelta dovrà invariabilmente ricadere sulla quercia. Questa, presente in fitti boschi ai margini delle zone montane o isolata e maestosa sul ciglio delle strade provinciali, incarna in un certo qual modo un'idea antica ma ancora attuale di marchigianità (anche come fornitrice di ghianda necessaria all'allevamento del maiale, l'antico Salvatore che permetteva alle famiglie contadine di passare l'inverno). Non stupisce dunque che, avendo tale importanza nel panorama reale e simbolico, abbia finito per guadagnare un ruolo anche nell'immaginario dei marchigiani e in uno dei loro detti tipici.
Esso, molto marchigianamente, è un inno alla tenacia e all'ostinazione; più precisamente, la formula coglie e sottolinea il momento in cui lo sforzo prolungato viene infine premiato. Questo è simboleggiato, e non poteva essere altrimenti, dalla sottomissione della quercia; perfino l'imperturbabile e secolare quercia deve alla fine accorgersi dell'impegno continuato, e per certi versi cieco e animalesco, del contadino marchigiano (o del suo discendente).
La formula si utilizza quindi per chiosare un tentativo lungo e faticoso, quando viene finalmente coronato dal successo. In origine lo si impiegava in maniera specifica in relazione a uno sforzo violento o comunque fisico: la forzatura di una serratura in un capanno di campagna, ad esempio, quando l'uomo sudato esclamava soddisfatto "Ce senti, cerqua?", osservando la porta di lamiera aperta a forza di scossoni e di Arcamadò più o meno sussurrati. In seguito, il modo di dire si è allargato a sforzi anche metaforici e perfino preventivi: "Oh, duma' el professore de fisiga ha 'etto che interroga su nigò*; e quello è tristo...". "Me fa na sega. Io ho studiado tutto el programma e so' gido a 'rvarda'** pure la robba de anno***. Ce senti, cerqua?".
Le origini del detto, ad ogni modo, sono avvolte nel mistero. Una possibile spiegazione, fornita dall'antropologo sanmarinese Febo Maria Graffiedi, chiama in causa un certo Alessandro Tomassini, vissuto a Montenovo (ora Ostra Vetere) nel XVIII secolo e famoso per la capigliatura folta e riccia, di cui, con un moto di anacronistica negritudine, il Tomassini andava fierissimo. Per i folti boccoli che gli ricadevano in fitta schiera ai lati della testa, egli era perciò detto "Cerqua" (cfr. F. M. GRAFFIEDI, Persone che somigliano a cose: miti e riti di un'appartenenza dibattuta, Verghereto 2009). Pare dunque che nella primavera del 1749, il giorno di San Giorgio, Tomassini avesse deciso di recarsi in paese a bere qualcosa all'osteria, stanco per una lunga mattinata di lavoro nei campi. Il caso volle, tuttavia, che il Cerqua si trovasse a percorrere per entrare a Montenovo la stessa strada che quel giorno doveva accogliere il vescovo di Senigallia, in visita nella diocesi; sicché Tomassini lasciò le sue impronte terrose sulla via coperta di petali e di tappeti, giungendo anche a utilizzare certi festoni vegetali per pulirsi le rozze calzature incrostate di fango. Le sue azioni - dettate non da anticlericalismo, ma da completa dimenticanza di quella visita - furono però notate dal birro Fratesi Giovanni, il quale cominciò a urlare da lontano in direzione del Cerqua: "Càvvede da la strada, ciambotto! Non el sai che 'rria el vescovo? E sgràscede**** lì casa, sci t'hai da sgrascià...". A questo e altri inviti altrettanto accorati e coloriti, tuttavia, Tomassini non rispose, perché la sua foltissima capigliatura gli premeva sulle orecchie per effetto del sudore e gli impediva di udire alcunché. Per questo motivo la guardia fu alla fine costretta a prendere la rincorsa e a ribaltare con una spallata il villico distratto, rovesciandolo dolorante in un fosso. Gli abitanti del paese e le vecchie più devote mormorarono perciò, commentando l'episodio: "Ce senti, Cerqua?" (si legga la testimonianza dell'Abate Calbini, in La visita pastorale di Sua Eminenza Monsignor Puppa, la prodigiosa mongana del signor Morbidelli, agricoltore, e altri eventi poco o affatto interessanti che si haverono in Montenovo l'anno appena passato, Vaccarile di Montalboddo 1750). Dopo di allora, l'accaduto si trasformò in aneddoto e divenne proverbiale, varcando ben presto i ristretti confini comunali.
Contro questa interpretazione, giudicata meccanicistica e pretestuosa, si pone la riscoperta della figura ben più peculiare e notevole di Curzio Patrignani, imprenditore agricolo illuminato e musicista di buon livello. Questi, dopo aver studiato al Conservatorio di Pesaro e aver fatto parte per un certo periodo dei Wiener Philarmoniker (poi abbandonati perché "non faceva in tempo ad andare a chiudere gli animali": cfr. H. KAMERADEN, Was machst du, verdammte Sau? Spiel weiter!, in AA. VV., Kleine Geschichte der österreichischen Musik, Untersiebenbrunn 1966), si ritirò dalle parti di Acquasanta di Jesi dove provò ad impiantare una "fattoria creativa": tra le altre cose, egli teorizzò l'importanza della musica nel favorire la crescita delle colture e il buon carattere degli animali. Per questo motivo, egli riuniva ogni pomeriggio gli animali da cortile sull'aia intorno alla grande quercia, e poi cominciava a suonare il violino per una buona mezz'ora. Il caso volle che una sera si appoggiassero alla staccionata della sua proprietà anche due mezzadri di ritorno dal lavoro, per ascoltare il concerto. Dopo qualche minuto di note ad esso incomprensibili, il grosso guerre***** Johann Sebastian preferì lanciarsi contro la quercia e farne cadere una grandine di ghiande. I due contadini, coperti dall'albero stesso, non videro il maiale e notarono con stupore che la musica aveva fatto cadere le ghiande: "He isto?" si dissero dunque - sgomenti - i due: "La cerqua ha 'nteso!".
Purtroppo il terreno nella zona a nord di Jesi, com'è noto, è argilloso; questo rendeva poco probabile una qualsiasi crescita miracolosa delle piante, il che si ripercuoteva a sua volta sul morale delle bestie. In effetti in seguito Tomassini si arruolò come primo sassofonista nella Legione Straniera, per cadere con lo strumento in mano a Dien Bien Phu; il che avrebbe reso la sua memoria ancora più mitica e venerata, contribuendo peraltro a diffondere i racconti relativi alla sua vita, e tra questi l'incredibile episodio della quercia "udente".
Infine, lo storico e linguista croato Damir Petkuraca, valente studioso delle cose adriatiche, propone una sua spiegazione tutta particolare: a suo giudizio, infatti (si veda: D. PETKURACA, Du ello? Vara sci sta' lì de ó. Misteri e stranezze nelle Marche pre-industriali, Traghetto Ancona-Spalato 1989), l'apparente nonsense dell'espressione nasconderebbe un codice. Per l'esattezza, domandando "Ce senti cerqua?" a Malvina Lillini, coniugata Ubaldi, il playboy rurale Alfio Mastrucci avrebbe in realtà inteso "Ce se' nte [la] cerqua?": la donna, infatti, era usa nascondersi tra le fronde di un albero ai confini del proprio terreno per attendere l'arrivo del proprio ganzo...
In seguito, questa ipotesi sarebbe stata giudicata improbabile e sistematicamente demolita da studi successivi; lo stesso Petkuraca, interrogato a proposito alla Sagra degli Asparagi di Avacelli, ammise senza difficoltà che al momento di scrivere il volume era ubriaco "como na toppa". La querelle tra professoroni, peraltro, si sarebbe chiusa quella sera stessa con l'offerta da parte del Petkuraca di diverse bottiglie di vino buono.
* Tutto.
** Riguardare.
*** L'anno scorso.
**** Pulisciti.
***** Maiale castrato.
mercoledì 25 gennaio 2012
giovedì 22 dicembre 2011
Straccamerigge
Nel colorito pantheon dei modi di dire marchigiani, e dunque nella maniera in cui in questa regione si descrive il mondo percepito, la figura dello straccamerigge spicca per una sua particolarità: costui non è infatti definito e individuato per una presenza (per ciò che fa, per come lo fa), bensì per un'assenza. Lo straccamerigge è infatti colui che non fa assolutamente nulla, colui che parte con l'intenzione programmatica di non compiere alcunché di utile e in generale di non attivarsi in alcun modo.
Il nome, di delicata poesia, spiega già tutto. Se stracca' significa infatti, come tutti intendono, "stancare", la meriggia, con curiosa traslazione semantica dal suo originale significato di "ora di mezzogiorno", indica invece il luogo coperto, fresco, in cui semmai ripararsi dal sole estivo a picco, che brucia la pelle e la cervice del povero contadino. Quest'ultimo, non a caso, brama perpetuamente il momento del riposo da trascorrere "sotta la meriggia", cioè all'ombra; tanto che quest'ultima espressione è diventata anch'essa proverbiale e diffusissima tra i marchigiani, quasi si trattasse di un piccolo spaccato di godimento metà epicureo e metà rurale (abbiamo già visto in altri casi, d'altronde, come le Marche siano in sostanza un incontro tra civiltà classica e realtà contadina, e come i due mondi si compenetrino de facto inestricabilmente).
In un mondo regolato dai ritmi della fatica, chi si sottrae ad essa e resta più del lecito all'ombra - appunto sotta la meriggia - si segnala rapidamente; gli altri si domandano che fine abbia fatto e ben presto lo identificano come lavativo ("Du ello* adè? Non el sa che emo da arpia' 'l fadigo?". "Du voi che ello... È armasto lì la pergola, a beve 'l vi' e a badurlasse**". "Arca mado', è propio no straccamerigge"). L'origine etimologica sembra dunque ben chiara: chi trascina l'ombra del giorno ben oltre il lecito, fino assurdamente a stancarla, è con tutta evidenza colui che si sottrae al dovere e mette gli altri in condizione di dover lavorare anche per lui. Si confronti comunque l'ampia trattazione del lemma in A. KNICKERBOCKER-MASSACCESI, Etica calvinista sto cazzo: assenteismo e fuga dal lavoro nella prima Età Moderna, Albany 1992.
Vi sono tuttavia ipotesi discordanti. Il Po Di Goro (Massimo Vincenzo Po Di Goro, classicista dell'Università di Bologna e fiero rivale del Pascoli all'epoca dei suoi trionfi nei certamen di poesia latina) ritiene infatti che l'espressione giunga da ben più lontano e, per così dire, da più sotto. Il primigenio straccamerigge sarebbe, a suo parere (vedi M. V. PO DI GORO, Giove, governo ladro: lasciti classici nella tradizione popolare, San Giovanni in Persiceto 1908), nient'altro che il musico e poeta Orfeo. Questi, com'è noto, entrò da vivo nell'Ade e ne uscì con la sua amata Euridice, pur perdendola poi a un passo dalla salvezza. Ma come poté domare le anime dei morti? Come seppe rabbonirle? A questa domanda Po Di Goro risponde che Orfeo fece ciò con la musica e il canto, intrattenendo le ombre fino a stancarle e distrarle: da qui la prima versione dello straccamerigge, evidentemente ancora positiva e degna di ammirazione. In seguito, essendo Orfeo comunque un musicista e un cantore errante, e dunque un vagabondo, finì per prevalere invece l'associazione tra straccamerigge e nullafacenti (come ben mostra lo studioso Oscar Luigi Cicinho nel suo ponderoso Musicisti, giocolieri e mangiafuochi nel paesaggio urbano marchigiano: inutili o dannosi?, Carpegna 1997).
Una ulteriore ipotesi è stata ventilata di recente a un grande convegno con grigliata finale, tenutosi sulla spiaggia di Mezzavalle e terminato tra le bestemmie per la difficoltà di riportare su tutta quell'attrezzatura fino alla strada provinciale soprastante. In quell'occasione, fra il vivo interesse dei bagnanti, il prof. Wunder dell'Università di Berna affermò che lo straccamerigge fosse da identificare con la figura storica di Enrico Stracca-Merigge, fratello del notissimo giurista anconetano Benvenuto Stracca e progenitore del ramo cadetto della famiglia. Questi - intendiamo Enrico, o Righetu - si contrapponeva all'attivismo intellettuale e alla grande produzione del fratello, vero riformatore del diritto marittimo e inventore del diritto commerciale con i suoi fondamentali De Mercatura e De assicurationibus; si contrapponeva, dicevamo, restando semplicemente fermo, intento solo a mangiare crostacei in porchetta, senza che valessero a distrarlo i richiami del fratello o i drammatici eventi storici, quali la caduta della Repubblica di Ancona nel 1532. Pare tuttavia, ma non vi sono conferme, che proprio in quell'occasione Enrico Stracca-Merigge trovò la morte, quando si rivolse a un gruppo di armigeri pontifici con un sonoro "E nun me rompé i cujoni mentre che cago! O babaloni!". Quelli, sembra, si offesero e ne fecero un secondo Archimede, vittima della propria arte e concentrazione. Si leggano W. WUNDER, Stracca-Merigge: un ritratto, Monte San Vito-Schaffhausen 2004, nonché E. BRUGIAMOLINI, Misfatti papali nella Marca di Ancona, Strettura di Spoleto 1913.
Quale che sia la verità, è certo che Stracca-Merigge non fece in tempo e non ebbe mai voglia di raccogliere la propria saggezza; restano piccoli echi di lui solo in trattati specifici (cfr. AA. VV., El deritu comerciale e la cocchia de tu madre: giuristi dorici dal Medioevo a piazza Ugo Bassi, Ancona 1959). Il popolo, però, deve aver conservato il ricordo della sua luminosa figura fino a farne l'archetipo dello sfaccendato.
Altri, infine, obiettano a questa chiave di lettura affermando che straccamerigge è un termine di etimo più montano e contadino che anconetano e marinaro, e mettono semmai l'accento sulla possibile condivisione del lemma tra Marche e altre zone del centro Italia; non a caso, si sostiene, Eugenio Montale nel suo periodo giovanile e d'impronta stilnovista volle utilizzare il verbo "meriggiare" nella sua ben nota descrizione dell'ozio poetico postprandiale.
In ogni caso, qualunque sia la verità sulla provenienza del termine, esso si inserisce perfettamente - come proverbiale eccezione che conferma la regola - nel mondo marchigiano classico. Quest'ultimo, infatti, è costituito nella sostanza da una discendenza contadina, ossia in un'organizzazione in opere e ore e giorni, per parafrasare Esiodo; in questo senso, chi si attarda nell'ora meridiana sotto l'ombra rientra perfettamente, pur fuggendone, in questa civiltà. Dall'altro lato, quello della forma, abbiamo già più volte denunciato il gusto del sarcastico e del surreale che caratterizza l'indole marchigiana: e l'idea di uno in grado di stancare le ombre ci pare rientrare a pieno titolo in questa passione regionale.
* Dov'è.
** Perder tempo senza costrutto.
Il nome, di delicata poesia, spiega già tutto. Se stracca' significa infatti, come tutti intendono, "stancare", la meriggia, con curiosa traslazione semantica dal suo originale significato di "ora di mezzogiorno", indica invece il luogo coperto, fresco, in cui semmai ripararsi dal sole estivo a picco, che brucia la pelle e la cervice del povero contadino. Quest'ultimo, non a caso, brama perpetuamente il momento del riposo da trascorrere "sotta la meriggia", cioè all'ombra; tanto che quest'ultima espressione è diventata anch'essa proverbiale e diffusissima tra i marchigiani, quasi si trattasse di un piccolo spaccato di godimento metà epicureo e metà rurale (abbiamo già visto in altri casi, d'altronde, come le Marche siano in sostanza un incontro tra civiltà classica e realtà contadina, e come i due mondi si compenetrino de facto inestricabilmente).
In un mondo regolato dai ritmi della fatica, chi si sottrae ad essa e resta più del lecito all'ombra - appunto sotta la meriggia - si segnala rapidamente; gli altri si domandano che fine abbia fatto e ben presto lo identificano come lavativo ("Du ello* adè? Non el sa che emo da arpia' 'l fadigo?". "Du voi che ello... È armasto lì la pergola, a beve 'l vi' e a badurlasse**". "Arca mado', è propio no straccamerigge"). L'origine etimologica sembra dunque ben chiara: chi trascina l'ombra del giorno ben oltre il lecito, fino assurdamente a stancarla, è con tutta evidenza colui che si sottrae al dovere e mette gli altri in condizione di dover lavorare anche per lui. Si confronti comunque l'ampia trattazione del lemma in A. KNICKERBOCKER-MASSACCESI, Etica calvinista sto cazzo: assenteismo e fuga dal lavoro nella prima Età Moderna, Albany 1992.
Vi sono tuttavia ipotesi discordanti. Il Po Di Goro (Massimo Vincenzo Po Di Goro, classicista dell'Università di Bologna e fiero rivale del Pascoli all'epoca dei suoi trionfi nei certamen di poesia latina) ritiene infatti che l'espressione giunga da ben più lontano e, per così dire, da più sotto. Il primigenio straccamerigge sarebbe, a suo parere (vedi M. V. PO DI GORO, Giove, governo ladro: lasciti classici nella tradizione popolare, San Giovanni in Persiceto 1908), nient'altro che il musico e poeta Orfeo. Questi, com'è noto, entrò da vivo nell'Ade e ne uscì con la sua amata Euridice, pur perdendola poi a un passo dalla salvezza. Ma come poté domare le anime dei morti? Come seppe rabbonirle? A questa domanda Po Di Goro risponde che Orfeo fece ciò con la musica e il canto, intrattenendo le ombre fino a stancarle e distrarle: da qui la prima versione dello straccamerigge, evidentemente ancora positiva e degna di ammirazione. In seguito, essendo Orfeo comunque un musicista e un cantore errante, e dunque un vagabondo, finì per prevalere invece l'associazione tra straccamerigge e nullafacenti (come ben mostra lo studioso Oscar Luigi Cicinho nel suo ponderoso Musicisti, giocolieri e mangiafuochi nel paesaggio urbano marchigiano: inutili o dannosi?, Carpegna 1997).
Una ulteriore ipotesi è stata ventilata di recente a un grande convegno con grigliata finale, tenutosi sulla spiaggia di Mezzavalle e terminato tra le bestemmie per la difficoltà di riportare su tutta quell'attrezzatura fino alla strada provinciale soprastante. In quell'occasione, fra il vivo interesse dei bagnanti, il prof. Wunder dell'Università di Berna affermò che lo straccamerigge fosse da identificare con la figura storica di Enrico Stracca-Merigge, fratello del notissimo giurista anconetano Benvenuto Stracca e progenitore del ramo cadetto della famiglia. Questi - intendiamo Enrico, o Righetu - si contrapponeva all'attivismo intellettuale e alla grande produzione del fratello, vero riformatore del diritto marittimo e inventore del diritto commerciale con i suoi fondamentali De Mercatura e De assicurationibus; si contrapponeva, dicevamo, restando semplicemente fermo, intento solo a mangiare crostacei in porchetta, senza che valessero a distrarlo i richiami del fratello o i drammatici eventi storici, quali la caduta della Repubblica di Ancona nel 1532. Pare tuttavia, ma non vi sono conferme, che proprio in quell'occasione Enrico Stracca-Merigge trovò la morte, quando si rivolse a un gruppo di armigeri pontifici con un sonoro "E nun me rompé i cujoni mentre che cago! O babaloni!". Quelli, sembra, si offesero e ne fecero un secondo Archimede, vittima della propria arte e concentrazione. Si leggano W. WUNDER, Stracca-Merigge: un ritratto, Monte San Vito-Schaffhausen 2004, nonché E. BRUGIAMOLINI, Misfatti papali nella Marca di Ancona, Strettura di Spoleto 1913.
Quale che sia la verità, è certo che Stracca-Merigge non fece in tempo e non ebbe mai voglia di raccogliere la propria saggezza; restano piccoli echi di lui solo in trattati specifici (cfr. AA. VV., El deritu comerciale e la cocchia de tu madre: giuristi dorici dal Medioevo a piazza Ugo Bassi, Ancona 1959). Il popolo, però, deve aver conservato il ricordo della sua luminosa figura fino a farne l'archetipo dello sfaccendato.
Altri, infine, obiettano a questa chiave di lettura affermando che straccamerigge è un termine di etimo più montano e contadino che anconetano e marinaro, e mettono semmai l'accento sulla possibile condivisione del lemma tra Marche e altre zone del centro Italia; non a caso, si sostiene, Eugenio Montale nel suo periodo giovanile e d'impronta stilnovista volle utilizzare il verbo "meriggiare" nella sua ben nota descrizione dell'ozio poetico postprandiale.
In ogni caso, qualunque sia la verità sulla provenienza del termine, esso si inserisce perfettamente - come proverbiale eccezione che conferma la regola - nel mondo marchigiano classico. Quest'ultimo, infatti, è costituito nella sostanza da una discendenza contadina, ossia in un'organizzazione in opere e ore e giorni, per parafrasare Esiodo; in questo senso, chi si attarda nell'ora meridiana sotto l'ombra rientra perfettamente, pur fuggendone, in questa civiltà. Dall'altro lato, quello della forma, abbiamo già più volte denunciato il gusto del sarcastico e del surreale che caratterizza l'indole marchigiana: e l'idea di uno in grado di stancare le ombre ci pare rientrare a pieno titolo in questa passione regionale.
* Dov'è.
** Perder tempo senza costrutto.
venerdì 16 dicembre 2011
Fasse magna' 'l cazzo da le mosche
Tra le più suggestive e notevoli formule proverbiali tuttora in uso nelle Marche, "farsi mangiare il cazzo dalle mosche" vale perdere un'occasione, restare di stucco ovvero con un palmo di naso; essa indica cioè la situazione di chi ha avuto un'opportunità e l'ha perduta, normalmente per eccesso di prudenza o per incapacità di decidere e di agire piuttosto che per un difetto nell'azione o per mancanze intrinseche. In altre parole, chi si fa mangiare il cazzo dalle mosche è uno che poteva tranquillamente raggiungere il traguardo prefissato: solo che s'è fermato, a un certo punto della sua rincorsa, e ha mancato per questo - a causa di un improvviso timore o di una costante accidia - di cogliere un frutto maturo e appetitoso che stava lì, poco più in là del braccio.
L'espressione si utilizza in una vasta gamma di situazioni e con intento sia descrittivo di un avvenimento ormai passato, sia a mo' di sprone per il futuro. Nel primo caso, ben si attaglia alla rievocazione di una partita andata storta; per esempio: "Non te crede, ché lora n'era brai pi gnè, sicché è rmasti diedro e ce spettaa; ma no' nvece de gi' ó* semo stadi tutto 'l tempo a sfregnetta' e alla fine se semo fatti magna' el cazzo da le mosche" (non credere chissà che: gli altri erano scarsi, perciò stavano rintanati dietro ad aspettarci; ma noi, invece di andare avanti, abbiamo perso tempo in giochetti e alla fine ci siamo trovati con un palmo di naso). Oppure, per citare un altro ambito caro ai più, un ragazzo dirà al proprio amico: "Ma pò sta' [può essere] nn'a vedi quella como te vara? Vacce a discorre, camina, que stae chi [a che pro resti qui] a fatte magna' 'l cazzo da le mosche?".
Benché si tiri in ballo prepotentemente l'organo sessuale maschile, non sfuggirà agli osservatori più attenti e acuti che la relazione logica e il tipo di ragionamento cui ci si richiama non è sessuale, o non lo è immediatamente e primariamente; è semmai alla fertilità e alla discendenza che si rinuncia lasciando che il proprio pene venga utilizzato come cibo per insetti, e non semplicemente a un coito (che, anzi, non è affatto prefigurato dalla locuzione). In senso traslato ma chiarissimo, dunque, si dipinge come sterile e incapace di produrre alcun tipo di conseguenza positiva una scelta, o piuttosto una mancanza di scelte, attribuita a colui che si vuol censurare con la colorita formula.
Sia quel sia, per spiegare la genesi storica dell'espressione è stato proposto da vari studiosi (tra gli altri, cfr. O. LAINZ, Monachesimo e omosessualità nell'alto Medioevo centroitalico, Köln 1904 e M. N. MININNI, Deus non vult: fiche schiaffeggiate e altri atti di vera fede, Mantova 1923) che si debba risalire alla nota vicenda dell'eremita Medoro, vissuto nel IV secolo dell'era cristiana. Costui, un uomo irsuto, peloso e scostante, come tale amatissimo dalle donne, si era ritirato a cercare l'ascesi in certi territori brulli e inospitali tra Sassoferrato (AN) e Pergola (PU). Qui, nel suo umilissimo cenobio condiviso con una famiglia di panacace**, veniva ogni giorno a trovarlo la nobildonna romana Livia Ingrifata Maxuma, la quale aggiungeva ai cesti di cibo e alle espressioni di ammirazione per la fede dell'anacoreta evidenti profferte sessuali (approfittando della permanenza in Arabia del marito, impegnato a combattere il tiranno Sorbetto alla testa della XXXII Legio "Solaris sed demens"). Impossibilitato ad accogliere tali profferte, ma non volendo d'altronde offendere le chiome corvine e gli occhi appassionati della matrona, Medoro non diceva nulla e restava soltanto sulla sua rupe, nudo e coperto di peli e sporco incrostato (la cosiddetta "susta").
Un bel giorno, tuttavia, proprio all'orario della visita di Livia, il cielo estivo si oscurò e ne calarono sciami e sciami di insetti mai visti prima: erano i giganteschi e voracissimi mosconi aramaici, costretti a lasciare le proprie sedi usuali dalla guerra tra il despota Sorbetto e i Romani, che aveva consumato e distrutto i raccolti. Le mosche circondarono perciò il malcapitato Medoro, attratte dalla sua nudità, e ne straziarono le parti molli; pochi minuti dopo quello che si ergeva di fronte a Livia era un uomo privo di genere, in un certo senso. "He isto dé [quanto] sae stado brao?" chiosò dunque la donna, "A la fine te s'ha magnado el cazzo le mosche. Te mpara a non risponde né scì né no, e a me a perde tempo cui ciambotti". Da parte sua Medoro interpretò l'avvenimento come un segno della volontà di Dio; più tardi, tuttavia, perse la fede e aprì uno spaccetto di panini miele e porcospino al passo di Scheggia. Si veda anche, a questo proposito, E. GRISTOSANTO (a cura di), Le tavole calde eugubine, Sant'Angelo in Vado 1960.
Studi più recenti pongono invece l'accento su una vicenda risalente ai primi anni del secolo scorso, quando nei pressi della frazione di Castelrosino di Jesi viveva la giovane coppia formata da Milia Ceppi e dal marito Nicola Piersantelli; costui, brav'uomo sotto tutti i punti di vista, era però affetto da una gravissima e quasi patologica forma di distrazione. Pare dunque che nella calda estate del 1908, in una mattinata afosa e priva di lavori agricoli, la giovane sposa abbia manifestato una pressante volontà di fare l'amore. Il buon Piersantelli avrebbe replicato che sì, ne aveva voglia anche lui; gli desse solo un minuto per andare al campo a pisciare (all'epoca, com'è noto, non esistevano i moderni servizi). Solo che, distratto come al solito, questi rimase cinque minuti buoni con la patta aperta a guardare l'orizzonte, fino al richiamo della moglie. Rientrato in casa, la povera Milia dovette constatare inorridita che la lunga permanenza all'aria afosa aveva richiamato intorno ai genitali del marito ogni genere di bestia volante; ragion per cui la donna rinunciò assolutamente a ogni proposito lubrico. A Piersantelli non rimase dunque che prendere atto, bofonchiando fra sé, che farsi mangiare il cazzo dalle mosche gli aveva fatto perdere una piacevole occasione. Con il tempo l'aneddoto, narrato all'osteria dal vicino mezzadro Latini (uomo di ben poca moralità ma di ottima vista), si diffuse, e l'espressione divenne proverbiale. Almeno questo è quel che sostiene Jean Pipeau, esponente illustre della scuola storica francese. Si veda J. PIPEAU, Le mà zozze de grascia: storia materiale della media Vallesina, Paris-Coppetella di Chiaravalle 1971.
In ogni caso, la formula resta viva e compresa ancora ai nostri giorni, avendo perduto ogni sua (eventuale) connotazione sessuale. Ne rimane piuttosto la sarcastica immediatezza, definibile in sintesi - ma senza tema di smentite - come tipica di una marchigianità profonda e verace.
* Oltre, in avanti.
** Donnole.
L'espressione si utilizza in una vasta gamma di situazioni e con intento sia descrittivo di un avvenimento ormai passato, sia a mo' di sprone per il futuro. Nel primo caso, ben si attaglia alla rievocazione di una partita andata storta; per esempio: "Non te crede, ché lora n'era brai pi gnè, sicché è rmasti diedro e ce spettaa; ma no' nvece de gi' ó* semo stadi tutto 'l tempo a sfregnetta' e alla fine se semo fatti magna' el cazzo da le mosche" (non credere chissà che: gli altri erano scarsi, perciò stavano rintanati dietro ad aspettarci; ma noi, invece di andare avanti, abbiamo perso tempo in giochetti e alla fine ci siamo trovati con un palmo di naso). Oppure, per citare un altro ambito caro ai più, un ragazzo dirà al proprio amico: "Ma pò sta' [può essere] nn'a vedi quella como te vara? Vacce a discorre, camina, que stae chi [a che pro resti qui] a fatte magna' 'l cazzo da le mosche?".
Benché si tiri in ballo prepotentemente l'organo sessuale maschile, non sfuggirà agli osservatori più attenti e acuti che la relazione logica e il tipo di ragionamento cui ci si richiama non è sessuale, o non lo è immediatamente e primariamente; è semmai alla fertilità e alla discendenza che si rinuncia lasciando che il proprio pene venga utilizzato come cibo per insetti, e non semplicemente a un coito (che, anzi, non è affatto prefigurato dalla locuzione). In senso traslato ma chiarissimo, dunque, si dipinge come sterile e incapace di produrre alcun tipo di conseguenza positiva una scelta, o piuttosto una mancanza di scelte, attribuita a colui che si vuol censurare con la colorita formula.
Sia quel sia, per spiegare la genesi storica dell'espressione è stato proposto da vari studiosi (tra gli altri, cfr. O. LAINZ, Monachesimo e omosessualità nell'alto Medioevo centroitalico, Köln 1904 e M. N. MININNI, Deus non vult: fiche schiaffeggiate e altri atti di vera fede, Mantova 1923) che si debba risalire alla nota vicenda dell'eremita Medoro, vissuto nel IV secolo dell'era cristiana. Costui, un uomo irsuto, peloso e scostante, come tale amatissimo dalle donne, si era ritirato a cercare l'ascesi in certi territori brulli e inospitali tra Sassoferrato (AN) e Pergola (PU). Qui, nel suo umilissimo cenobio condiviso con una famiglia di panacace**, veniva ogni giorno a trovarlo la nobildonna romana Livia Ingrifata Maxuma, la quale aggiungeva ai cesti di cibo e alle espressioni di ammirazione per la fede dell'anacoreta evidenti profferte sessuali (approfittando della permanenza in Arabia del marito, impegnato a combattere il tiranno Sorbetto alla testa della XXXII Legio "Solaris sed demens"). Impossibilitato ad accogliere tali profferte, ma non volendo d'altronde offendere le chiome corvine e gli occhi appassionati della matrona, Medoro non diceva nulla e restava soltanto sulla sua rupe, nudo e coperto di peli e sporco incrostato (la cosiddetta "susta").
Un bel giorno, tuttavia, proprio all'orario della visita di Livia, il cielo estivo si oscurò e ne calarono sciami e sciami di insetti mai visti prima: erano i giganteschi e voracissimi mosconi aramaici, costretti a lasciare le proprie sedi usuali dalla guerra tra il despota Sorbetto e i Romani, che aveva consumato e distrutto i raccolti. Le mosche circondarono perciò il malcapitato Medoro, attratte dalla sua nudità, e ne straziarono le parti molli; pochi minuti dopo quello che si ergeva di fronte a Livia era un uomo privo di genere, in un certo senso. "He isto dé [quanto] sae stado brao?" chiosò dunque la donna, "A la fine te s'ha magnado el cazzo le mosche. Te mpara a non risponde né scì né no, e a me a perde tempo cui ciambotti". Da parte sua Medoro interpretò l'avvenimento come un segno della volontà di Dio; più tardi, tuttavia, perse la fede e aprì uno spaccetto di panini miele e porcospino al passo di Scheggia. Si veda anche, a questo proposito, E. GRISTOSANTO (a cura di), Le tavole calde eugubine, Sant'Angelo in Vado 1960.
Studi più recenti pongono invece l'accento su una vicenda risalente ai primi anni del secolo scorso, quando nei pressi della frazione di Castelrosino di Jesi viveva la giovane coppia formata da Milia Ceppi e dal marito Nicola Piersantelli; costui, brav'uomo sotto tutti i punti di vista, era però affetto da una gravissima e quasi patologica forma di distrazione. Pare dunque che nella calda estate del 1908, in una mattinata afosa e priva di lavori agricoli, la giovane sposa abbia manifestato una pressante volontà di fare l'amore. Il buon Piersantelli avrebbe replicato che sì, ne aveva voglia anche lui; gli desse solo un minuto per andare al campo a pisciare (all'epoca, com'è noto, non esistevano i moderni servizi). Solo che, distratto come al solito, questi rimase cinque minuti buoni con la patta aperta a guardare l'orizzonte, fino al richiamo della moglie. Rientrato in casa, la povera Milia dovette constatare inorridita che la lunga permanenza all'aria afosa aveva richiamato intorno ai genitali del marito ogni genere di bestia volante; ragion per cui la donna rinunciò assolutamente a ogni proposito lubrico. A Piersantelli non rimase dunque che prendere atto, bofonchiando fra sé, che farsi mangiare il cazzo dalle mosche gli aveva fatto perdere una piacevole occasione. Con il tempo l'aneddoto, narrato all'osteria dal vicino mezzadro Latini (uomo di ben poca moralità ma di ottima vista), si diffuse, e l'espressione divenne proverbiale. Almeno questo è quel che sostiene Jean Pipeau, esponente illustre della scuola storica francese. Si veda J. PIPEAU, Le mà zozze de grascia: storia materiale della media Vallesina, Paris-Coppetella di Chiaravalle 1971.
In ogni caso, la formula resta viva e compresa ancora ai nostri giorni, avendo perduto ogni sua (eventuale) connotazione sessuale. Ne rimane piuttosto la sarcastica immediatezza, definibile in sintesi - ma senza tema di smentite - come tipica di una marchigianità profonda e verace.
* Oltre, in avanti.
** Donnole.
sabato 10 dicembre 2011
Un pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre el lepre
Espressione di evidente matrice contadina e portatrice perciò di una concezione del tempo sostanzialmente ciclica, essa rispecchia due caratteristiche che stanno alla base della civiltà marchigiana: da un lato il fatalismo quasi balcanico (non si deve d'altronde dimenticare l'apporto demografico e culturale che la regione Marche ebbe dall'emigrazione slava nel basso Medioevo), dall'altro una fiducia, che è a volte più misticheggiante che religiosa o cattolica in senso proprio, in una futura, necessaria giustizia non solo celeste, ma applicata già tra gli uomini e sulla terra.
Non a caso Glauco Maggioli, dottissimo traduttore e esegeta di romanzi russi per la piccola, coltissima casa editrice "Lo ràgheno* d'oro" di Barbara (AN), volle insierire nel suo commento a "Il maestro e Margherita" di Michail Bulgakov una riflessione su quel vago quanto promettente "Tutto sarà giusto", pronunciato da Voland in uno degli ultimi capitoli del capolavoro. Eccola: "Ora il procuratore di Gerusalemme, liberato della propria immane colpa, può correre gioiosamente con il proprio cane Banga, che per le lune di duemila anni ha condiviso incolpevole la pena del proprio padrone; adesso il cane balza e scatta, leggero. E si può ben dire, mutuando un detto popolare, che se finora ha corso la lepre, ora può correre il cane, e con esso librarsi a più alte sfere l'anima del quinto procuratore della Giudea" (G. MAGGIOLI, Saggi letterari e ricette delle crespelle, Barbara 1971).
L'utilizzo del modo di dire, nel parlato quotidiano, ha ovviamente meno a che fare con tali beghe teologiche: lo si pronuncerà invece in occasione di improvvisi rovesciamenti del destino ("He isto que j'è successo a lia? Discorrea discorrea dei fioli del'altri, che non era boni e non sapea fa', e adè j'è armasta pregna la fija". "Eh, ma tant'è cucì: 'n pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre el lepre...") o di fronte all'arroganza altrui ("E na madonna de' me tira el culo a vede a quelli che fa i grossi! Tocca che j'ardigo qualco'...". "Te 'n te ne pia': 'n pezzo corre el ca', 'n pezzo corre el lepre, toccherà a sta' zitti pure a lora"). Insomma, la formula si utilizza sia come auspicio fiducioso di cambiamento di un certo status, sia come prova a posteriori che le cose dovevano necessariamente mutare. Vi è insomma una certa carica filosofica, come detto: le cose devono cambiare perché devono, perché la vita ha un suo ciclo e non ammette eterne permanenze ed egemonie infinite.
Lo stesso Giacomo Leopardi, uno dei cervelli più raffinati prodotti dalle Marche e dall'Italia, fece una sera ricorso al modo di dire. Nel salotto di casa Leopardi, infatti, intorno al venerando padre, il conte Monaldo, stava allora infuriando una discussione filosofica tra i membri della famiglia, certi prelati invitati a cena, degli eruditi locali e un allevatore di tori (presente lì per puro caso ma deciso a dare il proprio contributo al dibattito): mentre questi discutevano, entrò nella stanza Giacomo, reduce da una delle proprie massacranti sessioni onanistiche, e gli fu immediatamente chiesto di spiegare in termini brevi e leggibili l'idea vichiana dei corsi e ricorsi e delle differenti età delle civiltà, sulle quali appunto l'uditorio si confrontava. "Que ho da divve?", scosse le spalle il gobbetto, "Miga 'n è difficile: 'n pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre 'l lepre. E adè scusademe, tocca che troo na rima cu sole, ché quele cazzo de viole non è de stagio'..." (quella sera stessa Giacomo fu pestato con la cinghia dal padre; evento traumatico ma utile, in un certo senso, perché gli diede occasione di scrivere un lamento in ottave strambotte. Questo ed altre interessanti aneddoti nel prezioso lavoro di ERMES LATINI, I grandi felini nella letteratura italiana, Montalto Marche 1921).
V'è da dire, tuttavia, che - forse proprio grazie a Giacomo Leopardi - la locuzione ha una sua presenza e vitalità anche nelle lingue straniere, e non è confinata al solo ambito colloquiale e familiare. Abbastanza recentemente, ad esempio, nella "Zeitschrift für Politikwissenschaft" (Rivista di scienza politica) dell'Università di Mannhein è apparso il contributo del professor Otto Nurdiewurst, luminare nel campo degli studi geo-strategici, nel quale si demolisce la teoria di Francis Fukuyama sulla fine della storia. Piuttosto noto è il lapidario giudizio verso la fine dell'articolo: "Der Amerikaner beschreibt also die geschichtliche Evolution als ein Athletenrennen mit einem bestimmten Ziel, nach welchem das Rennen eigentlich sinnlos wird... Doch Fukuyama hat vergessen, dass die Geschichte bei dem Ring eines Stadion rennt, und außerdem ähnlicher einem Staffellauf ist. Deshalb läuft der Hund manchmal und manchmal der Hase; und die Geschichte, sowie der Wettkampf, ist nicht am Ende" ("L'americano descrive dunque l'evoluzione storica come una corsa atletica con un traguardo stabilito, dopo il quale la corsa diviene per sua natura inutile... Fukuyama ha tuttavia dimenticato che la storia corre sull'anello di uno stadio ed è inoltre più simile a una staffetta. Perciò a volte corre il cane e a volte la lepre; e la storia, così come la competizione, non è finita". Vedi anche O. NURDIEWURST, Miscellanea di insulti stentorei su temi troppo serî per essere lasciati al patetico giudizio dei non europei, ed. it., San Benedetto del Tronto 2009).
D'altra parte, è anche possibile che l'espressione sia patrimonio della civiltà classica europea da tempi remotissimi. Lo prova il commento al Vangelo di Giovanni, ritrovato qualche tempo fa nelle cantine vaticane accanto agli otri con cui il vino di Morro d'Alba veniva spedito ai Pontefici. L'autore di tale commento, conosciuto dagli addetti ai lavori semplicemente come Anonimo marchigiano, riflette sul ben noto Prologo del verbo, proponendo una correzione all'incipit. A suo dire, infatti, "Non ha senso veruno che al principio fosse il verbo (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος), dacché siffatto verbo non l'ha veduto niuno, né ai campi, né sulle piagge sui monti, né in città; e nemmanco se ne sente parlare nelle croniche d'oltremare e di Barbaria, e niuno saprebbe descriverlo... Molto meglio sarebbe, a mio giudizio, supporre che si abbia a che fare qui con la mera svista d'uno scriba stanco, e che all'inizio sul prato del Signore zompettasse piuttosto un lepre (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λαγώς): poi Domine Dio avrà creato il cane, sibbene Giovanni non lo scrive, ma egualmente si comprende. E da allora corrono cane e lepre, siccome vediamo anche oggi, e la vita dell'uomo non che è pendolo fra tali due corse...". Cfr. anche AA. VV., L'ubriachezza molesta come anticamera del misticismo, Belvedere Ostrense-Stuttgart 1977.
Sia come sia, che l'esistenza e l'esperienza umana si strutturino come un ciclo, in cui ad ognuno è comunque data un'opportunità, è convinzione comune nello "way of life" marchigiano. Motivo per cui anche la bonaria e sorridente inazione non è sempre rassegnazione, ma è sovente fiduciosa attesa di un diritto naturale.
* Lucertola.
Non a caso Glauco Maggioli, dottissimo traduttore e esegeta di romanzi russi per la piccola, coltissima casa editrice "Lo ràgheno* d'oro" di Barbara (AN), volle insierire nel suo commento a "Il maestro e Margherita" di Michail Bulgakov una riflessione su quel vago quanto promettente "Tutto sarà giusto", pronunciato da Voland in uno degli ultimi capitoli del capolavoro. Eccola: "Ora il procuratore di Gerusalemme, liberato della propria immane colpa, può correre gioiosamente con il proprio cane Banga, che per le lune di duemila anni ha condiviso incolpevole la pena del proprio padrone; adesso il cane balza e scatta, leggero. E si può ben dire, mutuando un detto popolare, che se finora ha corso la lepre, ora può correre il cane, e con esso librarsi a più alte sfere l'anima del quinto procuratore della Giudea" (G. MAGGIOLI, Saggi letterari e ricette delle crespelle, Barbara 1971).
L'utilizzo del modo di dire, nel parlato quotidiano, ha ovviamente meno a che fare con tali beghe teologiche: lo si pronuncerà invece in occasione di improvvisi rovesciamenti del destino ("He isto que j'è successo a lia? Discorrea discorrea dei fioli del'altri, che non era boni e non sapea fa', e adè j'è armasta pregna la fija". "Eh, ma tant'è cucì: 'n pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre el lepre...") o di fronte all'arroganza altrui ("E na madonna de' me tira el culo a vede a quelli che fa i grossi! Tocca che j'ardigo qualco'...". "Te 'n te ne pia': 'n pezzo corre el ca', 'n pezzo corre el lepre, toccherà a sta' zitti pure a lora"). Insomma, la formula si utilizza sia come auspicio fiducioso di cambiamento di un certo status, sia come prova a posteriori che le cose dovevano necessariamente mutare. Vi è insomma una certa carica filosofica, come detto: le cose devono cambiare perché devono, perché la vita ha un suo ciclo e non ammette eterne permanenze ed egemonie infinite.
Lo stesso Giacomo Leopardi, uno dei cervelli più raffinati prodotti dalle Marche e dall'Italia, fece una sera ricorso al modo di dire. Nel salotto di casa Leopardi, infatti, intorno al venerando padre, il conte Monaldo, stava allora infuriando una discussione filosofica tra i membri della famiglia, certi prelati invitati a cena, degli eruditi locali e un allevatore di tori (presente lì per puro caso ma deciso a dare il proprio contributo al dibattito): mentre questi discutevano, entrò nella stanza Giacomo, reduce da una delle proprie massacranti sessioni onanistiche, e gli fu immediatamente chiesto di spiegare in termini brevi e leggibili l'idea vichiana dei corsi e ricorsi e delle differenti età delle civiltà, sulle quali appunto l'uditorio si confrontava. "Que ho da divve?", scosse le spalle il gobbetto, "Miga 'n è difficile: 'n pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre 'l lepre. E adè scusademe, tocca che troo na rima cu sole, ché quele cazzo de viole non è de stagio'..." (quella sera stessa Giacomo fu pestato con la cinghia dal padre; evento traumatico ma utile, in un certo senso, perché gli diede occasione di scrivere un lamento in ottave strambotte. Questo ed altre interessanti aneddoti nel prezioso lavoro di ERMES LATINI, I grandi felini nella letteratura italiana, Montalto Marche 1921).
V'è da dire, tuttavia, che - forse proprio grazie a Giacomo Leopardi - la locuzione ha una sua presenza e vitalità anche nelle lingue straniere, e non è confinata al solo ambito colloquiale e familiare. Abbastanza recentemente, ad esempio, nella "Zeitschrift für Politikwissenschaft" (Rivista di scienza politica) dell'Università di Mannhein è apparso il contributo del professor Otto Nurdiewurst, luminare nel campo degli studi geo-strategici, nel quale si demolisce la teoria di Francis Fukuyama sulla fine della storia. Piuttosto noto è il lapidario giudizio verso la fine dell'articolo: "Der Amerikaner beschreibt also die geschichtliche Evolution als ein Athletenrennen mit einem bestimmten Ziel, nach welchem das Rennen eigentlich sinnlos wird... Doch Fukuyama hat vergessen, dass die Geschichte bei dem Ring eines Stadion rennt, und außerdem ähnlicher einem Staffellauf ist. Deshalb läuft der Hund manchmal und manchmal der Hase; und die Geschichte, sowie der Wettkampf, ist nicht am Ende" ("L'americano descrive dunque l'evoluzione storica come una corsa atletica con un traguardo stabilito, dopo il quale la corsa diviene per sua natura inutile... Fukuyama ha tuttavia dimenticato che la storia corre sull'anello di uno stadio ed è inoltre più simile a una staffetta. Perciò a volte corre il cane e a volte la lepre; e la storia, così come la competizione, non è finita". Vedi anche O. NURDIEWURST, Miscellanea di insulti stentorei su temi troppo serî per essere lasciati al patetico giudizio dei non europei, ed. it., San Benedetto del Tronto 2009).
D'altra parte, è anche possibile che l'espressione sia patrimonio della civiltà classica europea da tempi remotissimi. Lo prova il commento al Vangelo di Giovanni, ritrovato qualche tempo fa nelle cantine vaticane accanto agli otri con cui il vino di Morro d'Alba veniva spedito ai Pontefici. L'autore di tale commento, conosciuto dagli addetti ai lavori semplicemente come Anonimo marchigiano, riflette sul ben noto Prologo del verbo, proponendo una correzione all'incipit. A suo dire, infatti, "Non ha senso veruno che al principio fosse il verbo (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος), dacché siffatto verbo non l'ha veduto niuno, né ai campi, né sulle piagge sui monti, né in città; e nemmanco se ne sente parlare nelle croniche d'oltremare e di Barbaria, e niuno saprebbe descriverlo... Molto meglio sarebbe, a mio giudizio, supporre che si abbia a che fare qui con la mera svista d'uno scriba stanco, e che all'inizio sul prato del Signore zompettasse piuttosto un lepre (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λαγώς): poi Domine Dio avrà creato il cane, sibbene Giovanni non lo scrive, ma egualmente si comprende. E da allora corrono cane e lepre, siccome vediamo anche oggi, e la vita dell'uomo non che è pendolo fra tali due corse...". Cfr. anche AA. VV., L'ubriachezza molesta come anticamera del misticismo, Belvedere Ostrense-Stuttgart 1977.
Sia come sia, che l'esistenza e l'esperienza umana si strutturino come un ciclo, in cui ad ognuno è comunque data un'opportunità, è convinzione comune nello "way of life" marchigiano. Motivo per cui anche la bonaria e sorridente inazione non è sempre rassegnazione, ma è sovente fiduciosa attesa di un diritto naturale.
* Lucertola.
venerdì 2 dicembre 2011
Da' 'l cazzo a le vecchie
"Dare il cazzo alle vecchie", non c'è neanche bisogno di spiegarlo, significa fare qualcosa di inutile, assurdo e insensato, che non conduce a null'altro che a una improficua perdita di tempo e d'energia. In una società agricola e scandita da ritmi e da riti naturali, com'è stata fino a pochi decenni fa quella marchigiana (e a quest'epoca pre-industriale si riferiscono d'altronde i detti riportati in questa sede), nulla appariva più evidentemente vano e futile che sfidare le leggi del tempo e delle stagioni. In questo senso, volendo rendere l'idea di un atto destinato fin da subito a rivelarsi privo di effetti, nulla pareva più adatto e immediato del paragone con una copula con donne anziane - copula, perciò, necessariamente sterile.
L'espressione, proferita in tono rassegnato di fronte alla testardaggine altrui o più spesso esclamata forte, lasciando trasparire tutto il proprio sarcasmo, si oppone perciò alle intenzioni e ai progetti percepiti come improbabili, inani, inefficaci. "Vara che grasciaro hai fatto lì per terra, que madonna cj he 'rbaltado? Adè co que ce pulimo?", dirà ad esempio un ragazzino all'altro, su un campetto in piena estate, notando che l'altro ha fatto cadere sul poroso sintetico una qualche bevanda zuccherosa. "Te 'n te pruccupa', ce sfrego cu l'acqua". "Ma que acqua... è come da' 'l cazzo a le vecchie". In circostanze simili, un ragazzo della comitiva proromperà inevitabilmente nella stessa conclusione quando gli altri proveranno, utilizzando certi sassettini piccoli e leggeri, a far cadere un pallone imprigionato tra le fronde foltissime di un qualche albero secolare: "Eh, ma chi è come da' el cazzo a le vecchie: o artroamo qualco' che je fa oppure sarà mejo gi' al negozio a compra' n'antro palló...". D'altra parte, al di là di questi esempi piuttosto di basso profilo, si ha un utilizzo anche elevato del modo di dire, perfettamente flessibile e adattabile a ogni contesto. Ad esempio, un analista economico potrà dire al proprio vicino di scrivania: "He 'nteso? L'inflazió è gida giù de n'antro 0,2%, sto mese". "E scì, ma cu le paghe bloccade je fa com'el cazzo a le vecchie". Questo tanto per essere chiari.
Da dove venga l'espressione è questione controversa. Nonostante l'apparenza, c'è chi ha sostenuto che per "cazzo" non si debba intendere o non si dovesse intendere all'inizio il banalissimo organo sessuale maschile, e che non sia l'ambito sessuale quello alla base del modo di dire. In particolare, il Miroklose (Brastislav Pulisan Miroklose, luminare moravo di fine '800; cacciato dagli atenei imperiali e caduto in povertà per le sue posizioni anti-austriache, dovette vendere il proprio secondo nome - che era in origine Brüno - a un'azienda di detersivi in polvere) è stato il capofila degli "antipenisti", ossia di coloro i quali si sono rifiutati di assecondare l'origine sessuale della locuzione. Nel suo fondamentale Storia dei popoli minori e di quelli di cui anche a me frega il giusto (Pressburg 1882), Miroklose riporta le dicerie avvinazzate di alcuni abitanti della parte nordoccidentale del comune di Arcevia e ne deduce che in tempi successivi alla battaglia del Sentinum (295 a.C.) vi sia stato da qualche parte tra le odierne Ripalta e San Ginesio un episodio di resistenza dell'elemento gallico ai romani trionfanti. Un manipolo di Senoni si sarebbe infatti asserragliato in un villaggio sito in posizione dominante, rifiutando la resa alle legioni; tuttavia, già dopo qualche settimana di assedio si sarebbe posto il problema delle scarse vettovaglie.
A questo punto, come a Numanzia in seguito (anche in quel caso di fronte all'imperialismo romano), i Celti dovettero dibattere sulla possibilità o meno di continuare la lotta. Qualcuno dei vecchi, così almeno riferivano i racconti tradizionali arceviesi, avrebbe proposto la resa, essendo ormai impossibile la vittoria; ma un giovane guerriero, Tautoviste (o Guido, a seconda delle versioni), volle in quella circostanza dire la propria, e proclamò che bisognava invece resistere, perché non c'era da aspettarsi clemenza e lealtà dai romani. Per quanto riguardava il cibo, continuò Tautoviste (o Guido), non c'era che da razionarlo, riservandolo tutto ai guerrieri; non era il caso, infatti, che si sprecasse formaggio e carne salata per le donne e i bambini, né che si scialacquassero le scorte di farina distribuendole anche alle anziane vedove.
Proprio qui entra in gioco l'interpretazione rivoluzionaria del Miroklose, il quale ritiene che il cazzo da dare alle vecchie sia in realtà da leggere in senso metaforico, sia che si voglia intendere con l'organo sessuale un generico datore di vita, sia che lo si identifichi con le proteine che, come abbastanza noto, esso produce in una certa quantità, e dunque con del cibo di elevato valore nutritivo. A suo modo di vedere, Tautoviste (o Guido) avrebbe gridato semplicemente che non si doveva dare sostentamento alle inutili vecchie; questa parola d'ordine si sarebbe poi mutata nei secoli, per progressiva prossimità semantica o a causa della nota rozzezza dei campagnoli, in un invito a rendersi conto dell'assurdità del donare il pene alle anziane.
Una lettura simile ma molto meno metaforica la presenta invece una recente ricerca tedesca, realizzata dall'Università di Jena (vedi G. NICHTSOMAGER-H. ALLESFRESSER, E allora mangia la merda: i cibi degli umili dall'antichità alla Rivoluzione Industriale, Jena-Lucrezia di Cartoceto 2006) grazie a finanziamenti trovati per terra, evidentemente lasciati lì da qualche cittadino distratto ma benefattore. Secondo i due professori tedeschi, che hanno esaminato ricette, testimonianze e rutti aromatizzati provenienti da tutta Europa, esisteva nella cultura etrusca ed è probabilmente passata ai Galli Senoni per il tramite dei commerci appenninici o dell'alleanza antiromana un'energetica torta al miele e alle castagne, chiamata ch'atso o q'atso nel linguaggio misterioso di quegli antichi abitanti dell'Italia tirrenica. Questa potentissima delizia, vera bomba calorica di difficile paragone con altri cibi dell'epoca, fu adottata con entusiasmo dai Senoni e messa a disposizione in primis dei guerrieri, i quali avevano ovviamente maggior bisogno di energie da destinare alla scontro e al mantenimento delle forze nelle marce e negli assedi. Dare il q'atso alle vecchie, perciò, voleva dire far qualcosa di non soltanto inaudito e quasi sacrilego, ma anche di perfettamente inutile, giacché le vecchie non avrebbero avuto alcun bisogno di tutta quell'energia e quella forza, che andava invece indirizzata in altre direzioni. Dall'ambito militare e proprio la formula si allargò rapidamente a quello vasto e metaforico, fino a diventare uno dei modi di dire più tipici dell'area pedemontana dell'anconetano.
Infine, accanto a queste ipotesi caratterizzate da estrema pignoleria e da un'indagine spinta nei dettagli, sta il racconto quasi fantastorico suggerito da Remo Scortichini, produttore di barbabietole nell'area della Vallesina e studioso autodidatta, noto per il saggio L'elmo del guerriero di Capestrano e i cappelletti. Evidenze storiche nella pasta fresca marchigiana, Roma-Bari-Scisciano 1955. Costui, nel suo comunque godibilissimo Motivi morali e storici del maschilismo, o dei danni delle donne, Monteroberto 1964, afferma che in un certo periodo del IV secolo a.C. l'assenza dei capi e di molti guerrieri - impegnati in razzie o come mercenari per Siracusa - abbia lasciato i villaggi gallici della valle del Misa in preda a una crisi di potere, che sarebbe poi stata colmata da un ritorno al matriarcato: in questa fase le donne anziane, detentrici dell'autorità per via della propria esperienza e competenza magica e sacrale, avrebbero costretto le più giovani a cedere mariti e compagni, costretti perciò ad accoppiarsi solo con le più mature. Da questa decisione sarebbe poi ovviamente discesa una pericolosa crisi demografica, nonché un grave scontro tra donne giovani e anziane che avrebbe infine portato al rovesciamento del regime. In seguito quel periodo di follia sarebbe stato ricordato solo indirettamente e per richiami nascosti; uno di questi sarebbe appunto l'evocazione di quando si dava il cazzo alle vecchie quale momento infausto e dannoso per la società Senone. Le prove portate da Scortichini non sembrano tuttavia convincenti; ma, di certo, la diffusione del modo di dire e la sua vitalità fino al giorno d'oggi fanno pensare che, chissà come e quando, vi sia stato da qualche parte tra l'Adriatico e gli Appennini un evento davvero grave e traumatico, tale da non perdersi nell'inconscio a distanza di millenni.
L'espressione, proferita in tono rassegnato di fronte alla testardaggine altrui o più spesso esclamata forte, lasciando trasparire tutto il proprio sarcasmo, si oppone perciò alle intenzioni e ai progetti percepiti come improbabili, inani, inefficaci. "Vara che grasciaro hai fatto lì per terra, que madonna cj he 'rbaltado? Adè co que ce pulimo?", dirà ad esempio un ragazzino all'altro, su un campetto in piena estate, notando che l'altro ha fatto cadere sul poroso sintetico una qualche bevanda zuccherosa. "Te 'n te pruccupa', ce sfrego cu l'acqua". "Ma que acqua... è come da' 'l cazzo a le vecchie". In circostanze simili, un ragazzo della comitiva proromperà inevitabilmente nella stessa conclusione quando gli altri proveranno, utilizzando certi sassettini piccoli e leggeri, a far cadere un pallone imprigionato tra le fronde foltissime di un qualche albero secolare: "Eh, ma chi è come da' el cazzo a le vecchie: o artroamo qualco' che je fa oppure sarà mejo gi' al negozio a compra' n'antro palló...". D'altra parte, al di là di questi esempi piuttosto di basso profilo, si ha un utilizzo anche elevato del modo di dire, perfettamente flessibile e adattabile a ogni contesto. Ad esempio, un analista economico potrà dire al proprio vicino di scrivania: "He 'nteso? L'inflazió è gida giù de n'antro 0,2%, sto mese". "E scì, ma cu le paghe bloccade je fa com'el cazzo a le vecchie". Questo tanto per essere chiari.
Da dove venga l'espressione è questione controversa. Nonostante l'apparenza, c'è chi ha sostenuto che per "cazzo" non si debba intendere o non si dovesse intendere all'inizio il banalissimo organo sessuale maschile, e che non sia l'ambito sessuale quello alla base del modo di dire. In particolare, il Miroklose (Brastislav Pulisan Miroklose, luminare moravo di fine '800; cacciato dagli atenei imperiali e caduto in povertà per le sue posizioni anti-austriache, dovette vendere il proprio secondo nome - che era in origine Brüno - a un'azienda di detersivi in polvere) è stato il capofila degli "antipenisti", ossia di coloro i quali si sono rifiutati di assecondare l'origine sessuale della locuzione. Nel suo fondamentale Storia dei popoli minori e di quelli di cui anche a me frega il giusto (Pressburg 1882), Miroklose riporta le dicerie avvinazzate di alcuni abitanti della parte nordoccidentale del comune di Arcevia e ne deduce che in tempi successivi alla battaglia del Sentinum (295 a.C.) vi sia stato da qualche parte tra le odierne Ripalta e San Ginesio un episodio di resistenza dell'elemento gallico ai romani trionfanti. Un manipolo di Senoni si sarebbe infatti asserragliato in un villaggio sito in posizione dominante, rifiutando la resa alle legioni; tuttavia, già dopo qualche settimana di assedio si sarebbe posto il problema delle scarse vettovaglie.
A questo punto, come a Numanzia in seguito (anche in quel caso di fronte all'imperialismo romano), i Celti dovettero dibattere sulla possibilità o meno di continuare la lotta. Qualcuno dei vecchi, così almeno riferivano i racconti tradizionali arceviesi, avrebbe proposto la resa, essendo ormai impossibile la vittoria; ma un giovane guerriero, Tautoviste (o Guido, a seconda delle versioni), volle in quella circostanza dire la propria, e proclamò che bisognava invece resistere, perché non c'era da aspettarsi clemenza e lealtà dai romani. Per quanto riguardava il cibo, continuò Tautoviste (o Guido), non c'era che da razionarlo, riservandolo tutto ai guerrieri; non era il caso, infatti, che si sprecasse formaggio e carne salata per le donne e i bambini, né che si scialacquassero le scorte di farina distribuendole anche alle anziane vedove.
Proprio qui entra in gioco l'interpretazione rivoluzionaria del Miroklose, il quale ritiene che il cazzo da dare alle vecchie sia in realtà da leggere in senso metaforico, sia che si voglia intendere con l'organo sessuale un generico datore di vita, sia che lo si identifichi con le proteine che, come abbastanza noto, esso produce in una certa quantità, e dunque con del cibo di elevato valore nutritivo. A suo modo di vedere, Tautoviste (o Guido) avrebbe gridato semplicemente che non si doveva dare sostentamento alle inutili vecchie; questa parola d'ordine si sarebbe poi mutata nei secoli, per progressiva prossimità semantica o a causa della nota rozzezza dei campagnoli, in un invito a rendersi conto dell'assurdità del donare il pene alle anziane.
Una lettura simile ma molto meno metaforica la presenta invece una recente ricerca tedesca, realizzata dall'Università di Jena (vedi G. NICHTSOMAGER-H. ALLESFRESSER, E allora mangia la merda: i cibi degli umili dall'antichità alla Rivoluzione Industriale, Jena-Lucrezia di Cartoceto 2006) grazie a finanziamenti trovati per terra, evidentemente lasciati lì da qualche cittadino distratto ma benefattore. Secondo i due professori tedeschi, che hanno esaminato ricette, testimonianze e rutti aromatizzati provenienti da tutta Europa, esisteva nella cultura etrusca ed è probabilmente passata ai Galli Senoni per il tramite dei commerci appenninici o dell'alleanza antiromana un'energetica torta al miele e alle castagne, chiamata ch'atso o q'atso nel linguaggio misterioso di quegli antichi abitanti dell'Italia tirrenica. Questa potentissima delizia, vera bomba calorica di difficile paragone con altri cibi dell'epoca, fu adottata con entusiasmo dai Senoni e messa a disposizione in primis dei guerrieri, i quali avevano ovviamente maggior bisogno di energie da destinare alla scontro e al mantenimento delle forze nelle marce e negli assedi. Dare il q'atso alle vecchie, perciò, voleva dire far qualcosa di non soltanto inaudito e quasi sacrilego, ma anche di perfettamente inutile, giacché le vecchie non avrebbero avuto alcun bisogno di tutta quell'energia e quella forza, che andava invece indirizzata in altre direzioni. Dall'ambito militare e proprio la formula si allargò rapidamente a quello vasto e metaforico, fino a diventare uno dei modi di dire più tipici dell'area pedemontana dell'anconetano.
Infine, accanto a queste ipotesi caratterizzate da estrema pignoleria e da un'indagine spinta nei dettagli, sta il racconto quasi fantastorico suggerito da Remo Scortichini, produttore di barbabietole nell'area della Vallesina e studioso autodidatta, noto per il saggio L'elmo del guerriero di Capestrano e i cappelletti. Evidenze storiche nella pasta fresca marchigiana, Roma-Bari-Scisciano 1955. Costui, nel suo comunque godibilissimo Motivi morali e storici del maschilismo, o dei danni delle donne, Monteroberto 1964, afferma che in un certo periodo del IV secolo a.C. l'assenza dei capi e di molti guerrieri - impegnati in razzie o come mercenari per Siracusa - abbia lasciato i villaggi gallici della valle del Misa in preda a una crisi di potere, che sarebbe poi stata colmata da un ritorno al matriarcato: in questa fase le donne anziane, detentrici dell'autorità per via della propria esperienza e competenza magica e sacrale, avrebbero costretto le più giovani a cedere mariti e compagni, costretti perciò ad accoppiarsi solo con le più mature. Da questa decisione sarebbe poi ovviamente discesa una pericolosa crisi demografica, nonché un grave scontro tra donne giovani e anziane che avrebbe infine portato al rovesciamento del regime. In seguito quel periodo di follia sarebbe stato ricordato solo indirettamente e per richiami nascosti; uno di questi sarebbe appunto l'evocazione di quando si dava il cazzo alle vecchie quale momento infausto e dannoso per la società Senone. Le prove portate da Scortichini non sembrano tuttavia convincenti; ma, di certo, la diffusione del modo di dire e la sua vitalità fino al giorno d'oggi fanno pensare che, chissà come e quando, vi sia stato da qualche parte tra l'Adriatico e gli Appennini un evento davvero grave e traumatico, tale da non perdersi nell'inconscio a distanza di millenni.
giovedì 24 novembre 2011
Bada a camina'
Espressione diffusa in tutta la provincia anconetana, dal capoluogo all'arceviese, è esclamazione moderatamente piccata, che invita l'interlocutore a stare al proprio posto, a badare ai fatti propri, a non contestare l'operato degli altri e in ultima analisi a non esprimere posizioni troppo baldanzose o magniloquenti. La metafora utilizzata è d'altronde chiara: con essa si spinge il presuntuosetto - vizio tra i meno apprezzati in una società, quella marchigiana, che è sì individualista ma fortemente egualitaria per motivi storici, nonché sarcastica per indole - a fissare piuttosto la propria attenzione sul cammino che va facendo, dunque ad abbassare la testa e lo sguardo e allontanarsi dal cielo e dall'invasione di spazi altrui.
Si tratta perciò di una reazione a un atteggiamento cui si assiste, ad esempio all'apparizione sulla scena di un paccaciocchi (cfr. voce); essa mantiene tuttavia un tono più bonario, a volte affettuoso. In altri casi, invece, serve a rimarcare con la propria secchezza la distanza tra le due parti in causa e a diffidare l'infastidente dal farsi di nuovo i fatti altrui.
L'origine del modo di dire si perde nella notte dei tempi: Bjorn Eriksson-Ravelli, antropologo svedese, credette di averne individuato la genesi nella Rift Valley, e precisamente in una lunga striscia di terreno vulcanico che ha trattenuto le impronte fossili dei nostri progenitori. Si tratta per l'esattezza dei passi di una coppia di ominidi, la cui sensazionale scoperta, avvenuta nel 1976, fu per più giorni strillata a tutta pagina dai giornali di tutto il mondo (ne parlò anche la "Voce Misena", in un breve editoriale a firma del vescovo Odo Fusi Pecci). Essi paiono avvicinarsi, poi si biforcano di colpo e si perdono nelle nebbie del tempo; sostiene Eriksson-Ravelli in un suo noto saggio (cfr. B. ERIKSSON-RAVELLI, Spostati dal mio sentiero evolutivo, per cortesia, in AA. VV., Qualcuno avverta se arriva una tigre: la nascita della conversazione nella Preistoria, Stockholm 1982) che a quella testimonianza fossile ben si attagli il seguente dialogo, a suo dire intrattenuto dagli Erectus: "Oh!" (avvicinandosi). "Oh. Qu'arvoi?". "Te pare na felce, quella?". "Que m'ha da pare'?". "Na felce, na selce, como se dice. Te pare na piedra? Damme chi, te fo vede io como se taja la piedra. 'N vorrai gi' a caccia cu quel ciaffo?". "Ma bada' a camina', va', pensa a le selce tua e a quel budre de tu madre" (qui le orme si allontanano).
La maggior parte dei filologi, tuttavia, preferisce allontanarsi dallo spinoso ambito preistorico e attenersi alle testimonianze scritte: in particolare, pare che una certa sensibilità quanto alla difesa del proprio cammino e dei propri interessi di fronte alla curiosità altrui si sia acuita e rafforzata con l'epicureismo, che insegna a viver nascosti e insegna dunque a rifiutare le rotture di coglioni, come dimostrato da Peppe Kant, pronipote recanatese del noto filosofo baltico (vedi P. KANT, Le principali dottrine e scole maggiori della filosofia mondiale illustrate ai ciabattini e ai carrettieri, Monte Vidon Combatte 1873). D'altra parte, una certa gelosa tutela del privato diviene prassi nella tarda Età Classica: è nota a questo proposito la risposta che l'imperatore Adriano diede a un certo Gaio Pipo Baccolone, senatore anconetano di antica e nobile schiatta. Quest'ultimo continuava a impicciarsi nella salute, in effetti malferma, del princeps, vantandosi di certi infallibili medicamenti dorici. Finché, un bel giorno, l'imperatore non affrontò con un bel sorriso Baccolone e gli disse: "Animula vagula blandula, deambula tua via; noli meam intersecare, sed prudente observa passus tuos". La risposta piacque molto allo sportivo Baccolone e ai biografi imperiali presenti; per qualche via, dunque, essa dev'esser giunta fino a noi.
Si sa d'altronde con certezza che questa espressione, di perfetta chiarezza e intellegibilità, oltreché impeccabile nella forma, si è diffusa nei secoli anche nei paesi di cultura non latina, e in particolare nel Nord Europa. Alcuni ritengono che tale penetrazione sia avvenuta per il tramite della Chiesa Cattolica e del suo latino maccheronico; si ricorda ad esempio che nei dintorni di Ipswich un diacono ebbe a rispondere alle accuse e ai vaneggiamenti di un eretico, il quale metteva in discussione i dogmi e la gerarchia e proponeva anzi certe proprie riflessioni teologiche che aveva tratto nelle pause del proprio lavoro di stalliere del conte normanno Roger Le Poutipou, "Cave caminare, aut appello milites..." (Bada a camina', scinnò chiamo le guardie; cfr. W. TINKLERBELLY, Il Norwich City FC e altre forme di religiosità popolare nell'East Anglia, ed. it., La Spezia 1999). Possibile che tale risposta, in cui si esprimeva comunque l'arroganza tipica della Chiesa di Roma al culmine del Medioevo, abbia colpito le popolazioni del luogo e sia passata in proverbio, dapprima in una buffa e sgrammaticata ripetizione della formula latina, in seguito adattandosi alla lingua inglese. Altri trova invece improbabile un simile passaggio e giudica che il modo di dire sia da considerare tipico di certe zone dell'Italia e confinato a quelle lande che si allargano tra gli Appennini e il Mare Adriatico; è il caso di Ruggero Coso, etnologo e glottologo di nascita nizzarda e adozione ascolana, il quale nel suo Dizionario ragionato dei lemmi piceni e senoni (Trodica di Morrovalle 1901) così redige la voce "Bada a camminare": "Esortazione di ambiente popolare, di registro vario ma per lo più piccato ovvero scherzoso; confinata alla Marca e precisamente alla sua porzione centrale vale Pensa a' fatti tuoi, o anche Non proferire smargiassate. Tende per sua natura a troncare poco urbanamente una conversazione indesiderata (...)".
In ogni caso, checché ne pensi l'auctoritas del Coso, un gustoso aneddoto trova quel modo di dire impegnato in una dimensione non soltanto marchigiana. Lo racconta il naturalista e divulgatore Seymour Nighthandler nel suo godibilissimo Livingstone segreto: motti e vizietti di un esploratore (Edimburgo-Rotondo di Sassoferrato 1994). Nello specifico, è rievocato un momento dell'incontro tra il dottor Livingstone e Henry Stanley, quando il giornalista individuò il medico scozzese in Tanganika e lo accompagnò per un certo tratto nell'ostile regione dei laghi Bongo. Qui, ad un certo punto, Stanley invitò l'anziano missionario a far attenzione alle sabbie mobili, ai serpenti e alla altre insidie del terreno; al che Livingstone replicò, con spirito più scozzese che vittoriano, "Care about walking, my younger friend: I used to be among niggers when you still stank of milk... (Bada a camina', giuinotto; stacéo 'nfra mezzo ai negri co' te anco' sapéi de latte...)".
Non si sa da quale fonte Livingstone abbia desunto un'arguzia così evidentemente marchigiana, se per contatto con le famiglie inglesi già allora abituate a soggiornare nei colli anconetani o con i mercanti che transitavano nel porto dorico, o se invece l'abbia tratta dalla propria preparazione culturale e filosofica di stampo classico. Si sa soltanto che in quella circostanza anche il famoso e presuntuoso Henry Stanley dovette, come usa dirsi, abbassare le orecchie; il che dimostra se non altro l'immediata comprensibilità e l'indiscutibile efficacia dell'espressione, vero vanto della retorica marchigiana.
Si tratta perciò di una reazione a un atteggiamento cui si assiste, ad esempio all'apparizione sulla scena di un paccaciocchi (cfr. voce); essa mantiene tuttavia un tono più bonario, a volte affettuoso. In altri casi, invece, serve a rimarcare con la propria secchezza la distanza tra le due parti in causa e a diffidare l'infastidente dal farsi di nuovo i fatti altrui.
L'origine del modo di dire si perde nella notte dei tempi: Bjorn Eriksson-Ravelli, antropologo svedese, credette di averne individuato la genesi nella Rift Valley, e precisamente in una lunga striscia di terreno vulcanico che ha trattenuto le impronte fossili dei nostri progenitori. Si tratta per l'esattezza dei passi di una coppia di ominidi, la cui sensazionale scoperta, avvenuta nel 1976, fu per più giorni strillata a tutta pagina dai giornali di tutto il mondo (ne parlò anche la "Voce Misena", in un breve editoriale a firma del vescovo Odo Fusi Pecci). Essi paiono avvicinarsi, poi si biforcano di colpo e si perdono nelle nebbie del tempo; sostiene Eriksson-Ravelli in un suo noto saggio (cfr. B. ERIKSSON-RAVELLI, Spostati dal mio sentiero evolutivo, per cortesia, in AA. VV., Qualcuno avverta se arriva una tigre: la nascita della conversazione nella Preistoria, Stockholm 1982) che a quella testimonianza fossile ben si attagli il seguente dialogo, a suo dire intrattenuto dagli Erectus: "Oh!" (avvicinandosi). "Oh. Qu'arvoi?". "Te pare na felce, quella?". "Que m'ha da pare'?". "Na felce, na selce, como se dice. Te pare na piedra? Damme chi, te fo vede io como se taja la piedra. 'N vorrai gi' a caccia cu quel ciaffo?". "Ma bada' a camina', va', pensa a le selce tua e a quel budre de tu madre" (qui le orme si allontanano).
La maggior parte dei filologi, tuttavia, preferisce allontanarsi dallo spinoso ambito preistorico e attenersi alle testimonianze scritte: in particolare, pare che una certa sensibilità quanto alla difesa del proprio cammino e dei propri interessi di fronte alla curiosità altrui si sia acuita e rafforzata con l'epicureismo, che insegna a viver nascosti e insegna dunque a rifiutare le rotture di coglioni, come dimostrato da Peppe Kant, pronipote recanatese del noto filosofo baltico (vedi P. KANT, Le principali dottrine e scole maggiori della filosofia mondiale illustrate ai ciabattini e ai carrettieri, Monte Vidon Combatte 1873). D'altra parte, una certa gelosa tutela del privato diviene prassi nella tarda Età Classica: è nota a questo proposito la risposta che l'imperatore Adriano diede a un certo Gaio Pipo Baccolone, senatore anconetano di antica e nobile schiatta. Quest'ultimo continuava a impicciarsi nella salute, in effetti malferma, del princeps, vantandosi di certi infallibili medicamenti dorici. Finché, un bel giorno, l'imperatore non affrontò con un bel sorriso Baccolone e gli disse: "Animula vagula blandula, deambula tua via; noli meam intersecare, sed prudente observa passus tuos". La risposta piacque molto allo sportivo Baccolone e ai biografi imperiali presenti; per qualche via, dunque, essa dev'esser giunta fino a noi.
Si sa d'altronde con certezza che questa espressione, di perfetta chiarezza e intellegibilità, oltreché impeccabile nella forma, si è diffusa nei secoli anche nei paesi di cultura non latina, e in particolare nel Nord Europa. Alcuni ritengono che tale penetrazione sia avvenuta per il tramite della Chiesa Cattolica e del suo latino maccheronico; si ricorda ad esempio che nei dintorni di Ipswich un diacono ebbe a rispondere alle accuse e ai vaneggiamenti di un eretico, il quale metteva in discussione i dogmi e la gerarchia e proponeva anzi certe proprie riflessioni teologiche che aveva tratto nelle pause del proprio lavoro di stalliere del conte normanno Roger Le Poutipou, "Cave caminare, aut appello milites..." (Bada a camina', scinnò chiamo le guardie; cfr. W. TINKLERBELLY, Il Norwich City FC e altre forme di religiosità popolare nell'East Anglia, ed. it., La Spezia 1999). Possibile che tale risposta, in cui si esprimeva comunque l'arroganza tipica della Chiesa di Roma al culmine del Medioevo, abbia colpito le popolazioni del luogo e sia passata in proverbio, dapprima in una buffa e sgrammaticata ripetizione della formula latina, in seguito adattandosi alla lingua inglese. Altri trova invece improbabile un simile passaggio e giudica che il modo di dire sia da considerare tipico di certe zone dell'Italia e confinato a quelle lande che si allargano tra gli Appennini e il Mare Adriatico; è il caso di Ruggero Coso, etnologo e glottologo di nascita nizzarda e adozione ascolana, il quale nel suo Dizionario ragionato dei lemmi piceni e senoni (Trodica di Morrovalle 1901) così redige la voce "Bada a camminare": "Esortazione di ambiente popolare, di registro vario ma per lo più piccato ovvero scherzoso; confinata alla Marca e precisamente alla sua porzione centrale vale Pensa a' fatti tuoi, o anche Non proferire smargiassate. Tende per sua natura a troncare poco urbanamente una conversazione indesiderata (...)".
In ogni caso, checché ne pensi l'auctoritas del Coso, un gustoso aneddoto trova quel modo di dire impegnato in una dimensione non soltanto marchigiana. Lo racconta il naturalista e divulgatore Seymour Nighthandler nel suo godibilissimo Livingstone segreto: motti e vizietti di un esploratore (Edimburgo-Rotondo di Sassoferrato 1994). Nello specifico, è rievocato un momento dell'incontro tra il dottor Livingstone e Henry Stanley, quando il giornalista individuò il medico scozzese in Tanganika e lo accompagnò per un certo tratto nell'ostile regione dei laghi Bongo. Qui, ad un certo punto, Stanley invitò l'anziano missionario a far attenzione alle sabbie mobili, ai serpenti e alla altre insidie del terreno; al che Livingstone replicò, con spirito più scozzese che vittoriano, "Care about walking, my younger friend: I used to be among niggers when you still stank of milk... (Bada a camina', giuinotto; stacéo 'nfra mezzo ai negri co' te anco' sapéi de latte...)".
Non si sa da quale fonte Livingstone abbia desunto un'arguzia così evidentemente marchigiana, se per contatto con le famiglie inglesi già allora abituate a soggiornare nei colli anconetani o con i mercanti che transitavano nel porto dorico, o se invece l'abbia tratta dalla propria preparazione culturale e filosofica di stampo classico. Si sa soltanto che in quella circostanza anche il famoso e presuntuoso Henry Stanley dovette, come usa dirsi, abbassare le orecchie; il che dimostra se non altro l'immediata comprensibilità e l'indiscutibile efficacia dell'espressione, vero vanto della retorica marchigiana.
mercoledì 16 novembre 2011
La grazia del porco
Modo di dire compiutamente regionale per diffusione e per valenza semantica e ideale, esso esprime con una semplice quanto evocativa giustapposizione il doppio volto della civiltà marchigiana: contadina, senz'altro, ma anche classica e cortese quant'altre mai in Italia e in Europa Occidentale. Accusare qualcuno di possedere appunto la grazia del porco, scrive non a caso Guido Piovene nelle sue Note a margine del viaggio in Italia vergate su certi tovagliolacci di trattoria, Milano-Mondolfo 1959, equivale a "tacciare qualcuno di essere carente di quell'armonia, di quella compiutezza, di quell'educazione al bello e al classico che è il tratto caratteristico del paesaggio fisico e storico delle Marche". E aggiunge: "Il possesso di una grazia suina - si ricordi sempre che la grazia è un dono di Dio all'uomo creato a Sua somiglianza - distingue perciò dall'essere umano a tutti gli effetti, dal cittadino della Città Ideale, colui che invece ne è solo un pallido e inefficiente surrogato (...)".
"Vara quel ch'hai fatto, per dindo, ce voi bada'?", dirà per esempio la moglie al marito che ha appena urtato un soprammobile, gettandolo in pezzi sul pavimento. "Bada a sta' zitta: que, ho fatto apposta, te pare? Me s'è voltigado...", ribatterà l'uomo; "Scì, ma a te te se voltiga nigo', cj hai la grazia del porco". Più precisamente ancora, la grazia del porco è quella che contraddistingue chi si accosta a un'arte liberale - la scrittura, la cucina, la conversazione, il galateo - ma lo fa con modi rozzi e porcini e con risultati coerenti a tale impostazione. "C'era bisogno de discorre nte quela maniera? Adè vojo vede quando cj archiama lì casa... Ma tanto te cj'he la grazia del porco, a dittelo è como da' fiato a la bocca": questo invece il lamento della donna finalmente ammessa a una dimora prestigiosa e ancora sconvolta dall'ingenua franchezza del compagno, che di fronte alle imprecisioni e alla trombonaggine del padrone di casa non è riuscito a trattenersi dal metterlo a posto con spietata e francamente eccessiva pignoleria. Si tratta perciò di un modo d'essere a tutto tondo, che comprende e unifica varie grossolanità e goffaggini, dal piano tutto fisico della coordinazione a quello ben più elevato del tatto e dell'empatia.
Non è dato sapere con certezza da dove nasca l'espressione; in una fortunata monografia, il Sardoncini (Federigo Sardoncini, decano dei filologi del Regno nonché campione d'Italia con la Pro Vercelli) propone un'ipotesi molto seducente: a suo avviso, la locuzione fu cucita addosso a Messer Rustigotto da Montefeltro, biscugino cantianese del duca Guidobaldo; questi - Rustigotto, intendiamo - si distingueva per il suo fare dozzinale, che stonava nella perfezione di quella piccola e inimitata corte rinascimentale. Si trattava purtuttavia di un parente del duca, sicché anche a lui erano dovute lodi e attenzioni; per questo, stando al Sardoncini (cfr. F. SARDONCINI, L'ineducazione e la goffaggine nell'Umanesimo marchigiano, Liverpool 1922; ristampato in ed. anastatica, Moie di Maiolati 1998), monsignor Baldessar Castiglione dedicò a Rustigotto un libro intero - il quinto, comunemente ritenuto perduto - del suo notissimo manuale del Cortegiano. Sardoncini allega anzi brani originali, da lui ritrovati presso un'umile affittacamere di San Lorenzo in Campo una sera che si doveva mangiare il crostone di formaggio alla griglia ma non si trovava la carta per dar fuoco alle fascine.
Peraltro l'albergatrice, una certa Maria Santolini, sedusse quella sera stessa l'eminente studioso e divenne in seguito la madre di Turno, l'unico figlio maschio del luminare; ma queste sono questioni non connesse alla ricerca ed è invece molto meglio passare ad analizzare le pagine del Cortegiano dedicate a Rustigotto: "Essendo dunque comparso al desco ducale il magnifico messere Rustigotto, di colorito pavonazzo per le corse che elli andava facendo nei pressi di Urbino dietro alle donzelle e alle contadine, volendo elli pigliarle per la gonnella e rovesciarle sull'erba, senza riguardo alcuno che poggiassero la schiena in terra o invece se ne stessero con il deretano, come usa dire, pizzuto, sì da costringerlo ad accostarsi ad esse more animalium, detto Rustigotto chiese cosa fosse da porre in tavola, dacché tutto quel correre che aveva fatto quel giorno sin verso Fermignano e Casteldurante gli aveva pizzicato l'appetito; dopo che gli fu risposto che si sarebbe mangiato porco finissimo di Carpegna presentato in tutte le salse, egli ne gioì grandemente e, sfregandosi con fragore le manone, che aveva titaniche e terrose, andava ripetendo che quel porco che allevano a Carpegna, in luoghi forse non ameni e ubertosi come vi sono in altre contrade d'Italia, ma certo ricchi di ghianda e d'altro cibo che al maiale aggrada, era il suo nutrimento prediletto e che ne mangiava sempre con vero compiacimento; al che la duchessa Elisabetta replicò con voce carezzevole e affettuosa che tutto quel maiale che soleva mangiare aveva preso dimora nell'anima stessa e nei sentimenti di Rustigotto e che andava quasi formando le sue azioni; però che, disse sorridendo Elisabetta, ben si poteva dire che l'ammirevole leggiadria con cui egli si muoveva per le colline e per i prati poteva più giustamente chiamarsi grazia del porco, perché era da quella creatura di Dio che Rustigotto aveva dedotto i propri squisiti modi. Elisabetta disse queste ultime parole con tono pacato ma ben udibile, e parvero a tutti coloro che vi erano attorno frasi ben scelte e ben formate, che presto passarono in proverbio, arricchendo la reputazione già splendente e santa della Duchessa d'Urbino; quanto a Rustigotto, egli non comprese o non diede attenzione alla cosa, poiché già vedeva che in cucina si venivano rosolando i cosciotti (...)". Data la ristrettezza della corte urbinate, sospetta Sardoncini, quella fortunata definizione non dovette rimanere troppo tempo confinata a Palazzo; portata in città dai servitori che avevano assistito alla scena o che ne avevano ascoltato il racconto, valicò rapidamente le mura e si diffuse per tutta la regione, all'inizio solo sotto forma di aneddoto e di prova della prontezza di lingua e della mirabile cortesia della Duchessa d'Urbino.
Presto, tuttavia, la grazia del porco smise di essere quella propria di Rustigotto da Montefeltro (nel frattempo morto a Scheggia, cadendo in un dirupo per sfuggire all'inseguimento di una torma di contadini gelosi) e passò a indicare in modo evidente e sbrigativo la forma mentis e le modalità d'azione di tutti coloro che non potevano certo dirsi classicamente iscritti in quel cerchio d'armonia e perfezione caro a Leonardo; senza tuttavia che questa animalità sia da intendersi in senso troppo dispregiativo. Le Marche, infatti, sono pur sempre quella regione in cui il maiale - che consente alla famiglia contadina di superare il duro e improduttivo inverno - è affettuosamente conosciuto come "El Zalvadore": un uomo di maniere porcine non è perciò in quanto tale destinato alla dannazione; lo si guarderà invece con ironica commiserazione e si prenderà atto della sua insuperabile goffaggine.
Porci sunt, parafrasando Seneca, immo homines; i nostri vecchi certo non conoscevano i classici latini, ma qualcosa di quell'antica sapienza - attraverso la perfezione stessa delle colline e dei borghi - dovette necessariamente giungere fino a loro.
"Vara quel ch'hai fatto, per dindo, ce voi bada'?", dirà per esempio la moglie al marito che ha appena urtato un soprammobile, gettandolo in pezzi sul pavimento. "Bada a sta' zitta: que, ho fatto apposta, te pare? Me s'è voltigado...", ribatterà l'uomo; "Scì, ma a te te se voltiga nigo', cj hai la grazia del porco". Più precisamente ancora, la grazia del porco è quella che contraddistingue chi si accosta a un'arte liberale - la scrittura, la cucina, la conversazione, il galateo - ma lo fa con modi rozzi e porcini e con risultati coerenti a tale impostazione. "C'era bisogno de discorre nte quela maniera? Adè vojo vede quando cj archiama lì casa... Ma tanto te cj'he la grazia del porco, a dittelo è como da' fiato a la bocca": questo invece il lamento della donna finalmente ammessa a una dimora prestigiosa e ancora sconvolta dall'ingenua franchezza del compagno, che di fronte alle imprecisioni e alla trombonaggine del padrone di casa non è riuscito a trattenersi dal metterlo a posto con spietata e francamente eccessiva pignoleria. Si tratta perciò di un modo d'essere a tutto tondo, che comprende e unifica varie grossolanità e goffaggini, dal piano tutto fisico della coordinazione a quello ben più elevato del tatto e dell'empatia.
Non è dato sapere con certezza da dove nasca l'espressione; in una fortunata monografia, il Sardoncini (Federigo Sardoncini, decano dei filologi del Regno nonché campione d'Italia con la Pro Vercelli) propone un'ipotesi molto seducente: a suo avviso, la locuzione fu cucita addosso a Messer Rustigotto da Montefeltro, biscugino cantianese del duca Guidobaldo; questi - Rustigotto, intendiamo - si distingueva per il suo fare dozzinale, che stonava nella perfezione di quella piccola e inimitata corte rinascimentale. Si trattava purtuttavia di un parente del duca, sicché anche a lui erano dovute lodi e attenzioni; per questo, stando al Sardoncini (cfr. F. SARDONCINI, L'ineducazione e la goffaggine nell'Umanesimo marchigiano, Liverpool 1922; ristampato in ed. anastatica, Moie di Maiolati 1998), monsignor Baldessar Castiglione dedicò a Rustigotto un libro intero - il quinto, comunemente ritenuto perduto - del suo notissimo manuale del Cortegiano. Sardoncini allega anzi brani originali, da lui ritrovati presso un'umile affittacamere di San Lorenzo in Campo una sera che si doveva mangiare il crostone di formaggio alla griglia ma non si trovava la carta per dar fuoco alle fascine.
Peraltro l'albergatrice, una certa Maria Santolini, sedusse quella sera stessa l'eminente studioso e divenne in seguito la madre di Turno, l'unico figlio maschio del luminare; ma queste sono questioni non connesse alla ricerca ed è invece molto meglio passare ad analizzare le pagine del Cortegiano dedicate a Rustigotto: "Essendo dunque comparso al desco ducale il magnifico messere Rustigotto, di colorito pavonazzo per le corse che elli andava facendo nei pressi di Urbino dietro alle donzelle e alle contadine, volendo elli pigliarle per la gonnella e rovesciarle sull'erba, senza riguardo alcuno che poggiassero la schiena in terra o invece se ne stessero con il deretano, come usa dire, pizzuto, sì da costringerlo ad accostarsi ad esse more animalium, detto Rustigotto chiese cosa fosse da porre in tavola, dacché tutto quel correre che aveva fatto quel giorno sin verso Fermignano e Casteldurante gli aveva pizzicato l'appetito; dopo che gli fu risposto che si sarebbe mangiato porco finissimo di Carpegna presentato in tutte le salse, egli ne gioì grandemente e, sfregandosi con fragore le manone, che aveva titaniche e terrose, andava ripetendo che quel porco che allevano a Carpegna, in luoghi forse non ameni e ubertosi come vi sono in altre contrade d'Italia, ma certo ricchi di ghianda e d'altro cibo che al maiale aggrada, era il suo nutrimento prediletto e che ne mangiava sempre con vero compiacimento; al che la duchessa Elisabetta replicò con voce carezzevole e affettuosa che tutto quel maiale che soleva mangiare aveva preso dimora nell'anima stessa e nei sentimenti di Rustigotto e che andava quasi formando le sue azioni; però che, disse sorridendo Elisabetta, ben si poteva dire che l'ammirevole leggiadria con cui egli si muoveva per le colline e per i prati poteva più giustamente chiamarsi grazia del porco, perché era da quella creatura di Dio che Rustigotto aveva dedotto i propri squisiti modi. Elisabetta disse queste ultime parole con tono pacato ma ben udibile, e parvero a tutti coloro che vi erano attorno frasi ben scelte e ben formate, che presto passarono in proverbio, arricchendo la reputazione già splendente e santa della Duchessa d'Urbino; quanto a Rustigotto, egli non comprese o non diede attenzione alla cosa, poiché già vedeva che in cucina si venivano rosolando i cosciotti (...)". Data la ristrettezza della corte urbinate, sospetta Sardoncini, quella fortunata definizione non dovette rimanere troppo tempo confinata a Palazzo; portata in città dai servitori che avevano assistito alla scena o che ne avevano ascoltato il racconto, valicò rapidamente le mura e si diffuse per tutta la regione, all'inizio solo sotto forma di aneddoto e di prova della prontezza di lingua e della mirabile cortesia della Duchessa d'Urbino.
Presto, tuttavia, la grazia del porco smise di essere quella propria di Rustigotto da Montefeltro (nel frattempo morto a Scheggia, cadendo in un dirupo per sfuggire all'inseguimento di una torma di contadini gelosi) e passò a indicare in modo evidente e sbrigativo la forma mentis e le modalità d'azione di tutti coloro che non potevano certo dirsi classicamente iscritti in quel cerchio d'armonia e perfezione caro a Leonardo; senza tuttavia che questa animalità sia da intendersi in senso troppo dispregiativo. Le Marche, infatti, sono pur sempre quella regione in cui il maiale - che consente alla famiglia contadina di superare il duro e improduttivo inverno - è affettuosamente conosciuto come "El Zalvadore": un uomo di maniere porcine non è perciò in quanto tale destinato alla dannazione; lo si guarderà invece con ironica commiserazione e si prenderà atto della sua insuperabile goffaggine.
Porci sunt, parafrasando Seneca, immo homines; i nostri vecchi certo non conoscevano i classici latini, ma qualcosa di quell'antica sapienza - attraverso la perfezione stessa delle colline e dei borghi - dovette necessariamente giungere fino a loro.
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