Espressione singolare e tipicamente marchigiana, nonché di non immediata comprensione, "mette el carro al sole" indica nella tradizione campagnola (ma tale formula viene ancora usata dai discendenti inurbati di quei contadini) il momento in cui ci si libera finalmente da ogni preoccupazione e si incomincia a godere di una certa prosperità economica e finanziaria e, in senso più ampio, di una tranquillità esistenziale.
Chi mette il carro al sole ha un futuro assicurato; non ha che da riposarsi e godersi la vita che gli resta, e guardare l'orizzonte sconfinato con un sorriso altrettanto privo di limiti. Colui che - poniamo - sposa la figlia di un industriale, ed entra così in una casa du che i guadri' è fitti, mette il carro al sole; il liceale che riceve una serie di voti alti, quando manca ormai poco alla fine dell'anno scolastico e nulla può più macchiare la sua media, ha messo il carro al sole; lo studioso che riceve inviti a conferenze prestigiose all'estero - el paga per gi' o' a discorre -, nonché proposte di cattedre e borse di studio da mezzo mondo, ha messo il carro al sole. "Mettere il carro al sole", dunque, sottintende una raggiunta condizione di serenità e fiducia, e la sostanziale irrevocabilità o comunque estrema stabilità di tale stato di cose.
Ma da dove viene - è ciò che dobbiamo chiederci noi linguisti o quel che è - questa espressione? Quale il suo senso letterale, etimologico, storico (quello figurato l'abbiamo appena spiegato)? La prima ipotesi è di carattere storico ed è stata presentata già nei secoli passati da numerosi studiosi; si può dire anzi che sia la spiegazione usualmente fornita. Prendiamo ad esempio l'abate Birrozzi (Eschimo Fugardo Birrozzi, vescovo di Fossombrone a metà del XVII secolo e primo diffusore del gioco dei racchettoni nell'entroterra marchigiano); questi scrisse, nella sua Antiquitas marchiana ex ore ipsa marchianorum, sive nos nobis loquimur et nos non intellegimus (Amsterdam 1662): "Non havvi dubbio, a me sembra, che quando giunsero alla nostra Italia e ancora meglio alle nostre Marche que' barbari che poi si sparsero per monti e piani, recando seco donne e figlioli et bestiame grande e picciolo che era loro unica vettovaglia et arte, giacché nulla sapevano di coltivazioni in quel tempo et nulla cavavano dalla terra ne' loro lande frigide e poco atte al grano, uva et altre piante da manducazione, allora parve loro sì gran cosa fermare alfine que' carri, che erano loro consuetudine e loro case, al sole delle nostre contrade. E sì pensarono, io nol so, ché non vi fui, ma parmi sicuro, che tutte loro premure e inquietudini terminavansi con l'haver aquistato terreni solatii et aprichi e che però mai più faticherebbero a procurarsi il vivere... Sbagliavano, come poi videro essi stessi, ma fu il loro sbaglio comprensibile; e restò nel dire comune de' Marchiani oggipure quel porre il carro al sole, per affermare che mai più si temerebbero le asprezze della vita e che si è in tutta parte soddisfatti, come sentivansi soddisfatti Galli o Langobardi che primi posero piede in quello che pristinamente chiamavasi Piceno (...)".
Nei decenni e secoli successivi questa interpretazione fu confermata e arricchita da molti altri linguisti e storiografi ecclesiastici e laici; si ricorda ad esempio il garibaldino Pietrino Fanò, orbato di una gamba, di un braccio e di un occhio a Calatafimi dalla furia borbonica mentre era incastrato in una ringhiera, e poi senatore del regno, il quale mostrò che non a caso il detto utilizza il termine "carro": sorta di italianismo nobile, per essere chiari, al posto del più normale e ruspante biroccio. Ciò si dovrebbe spiegare, a suo dire, con la circostanza che appunto ci si riferisce nel detto non al carretto da lavoro di tutti i giorni, ma ai grandi carri coperti di pelli su cui si muovevano i popoli germanici (vedi P. FANÒ, La patria spiegata ai fanciulli e agli infelici, e boja chi non la capisce, Civitella del Tronto 1861). Questa teoria, ad ogni modo, è quella a tutt'oggi prevalente e quella cui si affidano di solito gli artigiani del pavè, i cartai fabrianesi, gli ultras del Fano e la popolazione marchigiana in generale.
Più recentemente, tuttavia, sono state avanzate altre proposte. Sulla scorta delle notevoli scoperte archeologiche effettuate a Cartoceto di Pergola, a Castelleone di Suasa e in altri luoghi del centro-nord della regione, certi storici hanno voluto collegare la prosperità della zona a una prima forma di industria del legno e del mobile, che poi si sarebbe sviluppata vigorosamente nell'età contemporanea. Più precisamente, l'archeologo svizzero Torsten Barnetta ritiene che l'economia di intere cittadine si reggesse sulle commesse, imperiali e di privati, per la fornitura di manufatti in legno di ogni genere. La capacità dei maestri marangoni sarebbe stata tale da ingenerare la credenza (carpenteria-credenza, sì. Si scusi il bisticcio) per cui quei falegnami avrebbero costruito perfino il carro su cui il Sole, come noto, solcava il cielo per i pagani. E per quel prestigioso incarico sarebbero stati ripagati con tale generosità che si disse pure che "mettere il carro al sole" avrebbe permesso loro di non lavorare mai più. Nei secoli, poi, si perse l'origine precisa del detto, che tuttavia rimase come sinonimo di raggiungimento di una fortuna sicura (tale tesi è consultabile in T. BARNETTA, Lebensbaum in römischen Marken, in AA. VV., Neue, zahlreiche Gründe, um Italien einzufallen, Zürich-Lübeck-Carpegna 2008).
Infine esiste una terza ipotesi, assai minoritaria ma comunque significativa, basata su premesse simili a quelle appena presentate ma totalmente rovesciata di senso. Essa fu partorita alla fine dell'Ottocento negli ambienti dell'anarcosocialismo, notoriamente forte nel senigalliese; fu Ermete Mancinelli, fabbro, poeta e storico popolare, a scrivere sulle colonne del "Lampo miseno", periodico che egli curava pressoché interamente, che non si trattava e non si sarebbe mai potuto trattare di mettere carri al sole, giacché a questo i potenti avevano aggiogato già all'inizio della storia umana una pesante coda di arbitrio e di schiavitù (si intendeva, cioè, che la giornata scandiva per i proletari il tempo della fatica, di cui peraltro non godevano generalmente i frutti). Non c'era dunque neanche da pensare di rimettersi a fare carri e di attaccarli a chissà che, in attesa di ricompense che al massimo sarebbero state servili ed umilianti; bensì - così si leggeva nel Prometeo, rubrichetta di cultura e storia sempre vergata da Mancinelli - meglio sarebbe stato manomettere quel carro (leggasi le annate 1898-1899 del "Lampo miseno", edite a Senigallia e ristampate fra Ponte Rio e Maastricht nel 1974). Anzi, di sicuro, quella era - stando a Mancinelli - l'espressione originale coniata dagli schiavi dei latifondisti romani: il sole avrebbe rischiarato un mondo giusto e bello soltanto quando non avesse trascinato più con sé e affibbiato all'umanità dolente catene tanto gravose... "Manomette el carro al sole" divenne perciò una parola d'ordine diffusa e amata; che poi l'etimologia fosse credibile o fantastica, questo conta poco: conta che fu a questo grido che si registrarono diversi assalti alle fabbriche e diversi episodi di luddismo in tutte le Marche, finché i regi carabinieri non intervennero con durezza (cfr. S. POSSANZINI, A discore nun è fadiga, Hamburg-Recanati 1992, per una storia ragionata del primo sindacalismo anarchico marchigiano).
Non si hanno dunque certezze su questo curioso modo di dire; si può affermare soltanto, con buona sicurezza, che il sole è una bella cosa e ai marchigiani piace. E più ancora piace a questi stessi marchigiani, proprio perché tradizionalmente noti per il loro zelo lavorativo, che il lavoro un giorno finisca per sempre e non se parli più.
venerdì 11 ottobre 2013
sabato 16 febbraio 2013
Ndu se 'nginocchia i somari
In ogni cultura e ogni mitologia esistono terre e luoghi che corrispondono in realtà a stati d'animo, che siano le aspirazioni, i desideri o le paure dell'uomo. Può essere il caso del Paradiso terrestre per gli ebrei o dell'Ade o dei Campi Elisi della Grecia classica (queste note siano intese come vagamente culturali e assolutamente non incentrate sulla questione religiosa). Altri miti, più moderni e prosaici, corrispondono a necessità più carnali e avide: si veda il mito dell'Eldorado.
Ma il luogo metafisico che andiamo a presentare somiglia semmai a un luogo maledetto, sottoposto a un incantesimo malvagio o comunque soggiacente a una prostrazione imbattibile (simile, in un certo modo, al Wasteland della tradizione celtica): parliamo del posto ndu se nginocchia (o 'ngenocchia) i somari. Il tratto maggiormente inquietante di questa condizione, confusa fra tempo, spazio e metafisica, è il fatto che spesso sia citata come inevitabile; essa è posta, grossomodo inderogabilmente, al termine di un percorso umano, qualunque esso sia. "Oh, da sé ch'ho lassado gi' a gi' a la scola" dice ad esempio un giovane, "Tutte le sere me la pio grossa*; 'gni sera più grossa de quel'altra, robba che no je la fo a da' 'l resto... Pro 'nco' reggio!". Al che ribatterà un sodale più maturo: "Pr'ade' reggi scì, que ce ole, a l'anni tua... Prò vedrai che ce rrii pure te, ndu se ngenocchia i somari".
Paradossalmente, a dimostrazione dell'antichità contadina della forma mentis marchigiana, un operaio o un artigiano potrà mormorare, la sera all'osteria: "Tocca che tiro via** a gi' in pensio', in vaganza o non el so, ché chi è 'n attimo a rria' ndu se inginocchia i somari. Sto a trenta e du figure***...". In un certo senso, se si passa l'ardito parallelismo, la concezione che sta dietro queste formule sembra più antica delle dottrina cristiana delle opere e di ogni ricompensa; non solo, in un certo senso la sua inevitabilità ricorda la condanna della Gehenna, che era comune a probi e peccatori, prima che l'Ebraismo incontrasse la filosofia persiana e la sua concezione del bene e del male. Non esiste invece giustizia, non c'è premio né punizione, là dove vanno ad inginocchiarsi i somari.
La manifesta antichità del modo di pensare e giudicare le cose che pare celarsi dietro questa formula ha ovviamente stimolato la curiosità di linguisti, etnografi e storici di varie generazioni. I più anziani agricoltori della zona di Pongelli di Ostra Vetere (AN) ricordano ancora, a questo proposito, l'arrivo in massa nei poderi dei propri genitori e nonni, nel periodo fra le due guerre, di un gran numero di studiosi tedeschi. Costoro, adepti della cosiddetta Siedlungsarchäologie, dopo una lunga e infruttuosa ricerca in Mesopotamia si erano trasferiti nelle Marche per verificare una teoria rivoluzionaria: quella, lanciata negli ultimi anni dall'Ottocento dall'erudito inglese Sir Roger Pudding, secondo cui la scomparsa dei sumeri dal palcoscenico della storia si doveva in realtà a una loro migrazione di massa verso Occidente (cfr. E. MATOMA, L'età di Pudding o la sumerologia ai tempi del vapore, in AA. VV., Teorie strampalate e abusi delle credibilità popolare nella storiografia moderna, ed. it., Cogoleto 1978).
Il Pudding, lanciata la sua teoria, si era tuttavia dato alla caccia grossa in Africa Orientale, e non aveva mai chiarito il luogo di arrivo della mitica migrazione; furono dunque i suoi eredi a cercare negli archivi e nei sottoscala in cerca delle tracce dei sumeri; senza tuttavia grosse fortune. Solo un giorno d'estate del 1931 il dottorando in Storia del Vicino Oriente Heinz Himmelbogen, in vacanza a Senigallia, ascoltò per caso dalla voce di un esercente del mercato ortofrutticolo la frasetta sul dove si inginocchiano i somari, e la ricollegò immediatamente a una formula da poco scoperta nelle ziggurat di Bilbat, tra le più occidentali città sumeriche; qui ci si riferisce all'attuale deserto siriano, che serra e serrava la fertile piana mesopotamica, come al luogo cocente e impraticabile in cui si inginocchiano gli onagri (▶▶▸ ►▻▻◃◃ ◀ ◀◀▲▶◄◄, minal-ku-gak-en-bi-te-kato). Himmelbogen, nonostante il pressante invito di seguire a Porto Potenza Picena una giovane donna appena conosciuta in spiaggia, si recò subito alle poste a telegrafare la scoperta, cosicché nel giro di pochi giorni fu organizzata una missione etnografica incaricata di individuare se davvero fosse da ricercare nelle Marche centrali la perduta civiltà sumera. Mesi e anni passarono senza risultati; finché qualcuno ammise a mezza bocca che l'unico motivo per cui l'Università di Heidelberg aveva acconsentito a spostare i propri archeologi dall'Iraq alla Valmisa era il fatto che si erano rotti i coglioni della sabbia e dei mosconi. Si legga a questo proposito il diario del capo di quella spedizione (G. BUCHWALD, Mindestens waren wir unter Christen, Uerdingen 1956; tradotto poi in parte come Alme' staceamo nfra i cristia', Genga 1965).
Se questa teoria è perciò squalificata, regge tuttora la seconda, anch'essa di impianto storico. Essa fu presentata da una giovane ricercatrice della Cattolica di Milano, Barbara Barbi, durante un convegno tenutosi nella provincia anconetana (vedi B. BARBI, Barbe barbariche e bardature barocche: le Marche profonde allo specchio, in Blaterare al bar. Atti del convegno internazionale, Barbara (AN), 10-15 gennaio 1987, Bari-Bar 1989). A parere della Barbi, l'origine del detto va sì ricercata nelle grandi migrazioni dei popoli, ma non in quella - fantomatica - dei Sumeri, bensì in quelle storicamente accertate di popoli di origine celtica e germanica che popolarono in vari momenti le valli marchigiane. Questi, verosimilmente, risalirono con le proprie donne e le altre bestie il corso dei torrenti, in cerca di luoghi fertili e difendibili; fino a che, presso erte scoscese e sassose, l'inginocchiarsi degli asini aveva segnalato infine al Brenno di turno che non c'era modo di procedere oltre.
Pur non escludendo la possibilità celtica e pre-romana, la Barbi tende tuttavia ad attribuire ai Longobardi o ai Franchi, nell'alto Medioevo, lo sviluppo della formula; a suo modo di vedere ove si fermarono gli asini - in luoghi dunque difficili persino per animali tanto tenaci - i popoli germanici avrebbero costruito le fortezze che ancora oggi punteggiano le più aspre vallate della regione, valutando giustamente che aggressori umani avrebbero avuto enormi difficoltà nel riuscire a transitare dove manco i somari. Certi hanno fatto tuttavia notare che il posto dove si inginocchiano i somari, nella mentalità marchigiana, è un luogo totalmente negativo, che mal si concilierebbe con l'ipotesi di una relativa sicurezza donata dall'incastellamento barbarico. Più facile, secondo questi ultimi, che l'origine del detto sia molto antecedente la nascita di Cristo, e si riferisca a quelle primavere sacre e alle migrazioni più o meno forzate cui si sottoponevano parti delle popolazioni celtiche e picene allora stanziate nella regione, lasciando le terre ormai sovrappopolate e troppo sfruttate per scomparire oltre i valichi e le giocaie montane, là dove, appunto, si inginocchiano i somari (diciamo, per es., al Passo di Scheggia). Le madri e i parenti avrebbero ripensato per sempre con tristezza ai figli e congiunti perduti o lontani, fino a far entrare nel lessico comune quell'accento di singolare e poetica mestizia. Tale, almeno, è l'opinione di Piero Renzaglia, ex portiere della Recanatese e storico del folklore locale; le sue opinioni sono raccolte in Teorie influenzate dal paccatello e cresce davanti al fuoco, Paris-Sassoferrato 1993.
Esiste infine una terza ipotesi, diversa e più antica delle altre; essa è di natura mistico-religiosa, e argomenta che i somari del motto siano da identificare non nelle bestie grigie e riottose che tutti conosciamo, bensì con i peccatori e coloro che contravvengono al dettato divino. Fu sviluppata nel Seicento, nel primo fiorire dell'erudizione locale, dal vescovo di Urbisaglia (allora come oggi un disoccupato di lusso, essendo la diocesi soltanto onoraria), Settimio Sargolini. Costui mise a frutto il proprio tempo libero inventando un violino meccanico, solo leggermente distorto, che non ebbe grosso successo, e soprattutto dando alle stampe il Compendium magnum et verum omnium dictorum quae in Terra Marchianorum occurrunt ex ore agricolarum, piscatorum, aurigarum carruum atque aliorum incultorum, et christiana explanatio eorum (Casteldurante 1614). Si legge in quelle ispirate pagine: "Vedesi ordunque ogn'ora che dei birboni vanno per la strada, et l'hostaria, et ovunque sino in chiesa e nelli pubblici offizi, menando vanto della loro trista condotta, et pigliandosi le maggiori libertà, quali l'insolentire la religione, il far mercato de' cose sacre o il dileggio portato alli simboli di N. S. Christo con la parola et con le azioni, o i delitti i più odiosi a danno delli honesti. Et non v'è davvero numero bastevole di birri o leggi o pronunciamenti della giustizia capaci a porre un solco in terra dinanzi a tanta arroganza, sì che innocentemente si domanda a Dio et alli suoi vicari nel mondo come Egli tolleri cotali sfide alla Sua autorità.
Et invero una et una sola è la risposta possibile et certa che Iddio padre dona alli figli propri, et essa dice che ben prima di ogni loro pensiero i prepotenti rivolgeranno al terreno il capo pieno di malpensieri et opere sataniche; questo essendo il recondito et veramente christiano significato del detto che ripetono li nostri villici sin dalli tempi antichi, iusta al quale ogn'homo giungerà a tempo debito ove s'ingenocchiano i somari. Dinanzi a quale luce et quale potenza non è manco da dire, tanto la voce è chiara, naturale et colma de santo sentire; però che diciamo a chi, colmo di arroganza, mostra e si gloria delli propri peccati, che pensino piuttosto a pentirsi, prima che giunga quel tempo...". Pare anzi che Sargolini volle organizzare in diversi luoghi della regione, a scopo pedagogico, palî e corse di asini; è dubbio tuttavia se il popolo, che accorreva in massa, cogliesse il senso metaforico della manifestazione; che lasciava comunque in eredità al servizio di nettezza urbana dei vari comuni, grossi quantitativi di merda fumante da smaltire alla svelta. Il che ricordava in un certo senso agli spazzini, mézzi di fatica, che prima o poi giungeremo tutti dove si inginocchiano i somari.
* piassela grossa: far baldoria.
** tira' via: sbrigarsi.
*** trenta e du figure: quasi alla fine, al limite estremo (della sopportazione).
Ma il luogo metafisico che andiamo a presentare somiglia semmai a un luogo maledetto, sottoposto a un incantesimo malvagio o comunque soggiacente a una prostrazione imbattibile (simile, in un certo modo, al Wasteland della tradizione celtica): parliamo del posto ndu se nginocchia (o 'ngenocchia) i somari. Il tratto maggiormente inquietante di questa condizione, confusa fra tempo, spazio e metafisica, è il fatto che spesso sia citata come inevitabile; essa è posta, grossomodo inderogabilmente, al termine di un percorso umano, qualunque esso sia. "Oh, da sé ch'ho lassado gi' a gi' a la scola" dice ad esempio un giovane, "Tutte le sere me la pio grossa*; 'gni sera più grossa de quel'altra, robba che no je la fo a da' 'l resto... Pro 'nco' reggio!". Al che ribatterà un sodale più maturo: "Pr'ade' reggi scì, que ce ole, a l'anni tua... Prò vedrai che ce rrii pure te, ndu se ngenocchia i somari".
Paradossalmente, a dimostrazione dell'antichità contadina della forma mentis marchigiana, un operaio o un artigiano potrà mormorare, la sera all'osteria: "Tocca che tiro via** a gi' in pensio', in vaganza o non el so, ché chi è 'n attimo a rria' ndu se inginocchia i somari. Sto a trenta e du figure***...". In un certo senso, se si passa l'ardito parallelismo, la concezione che sta dietro queste formule sembra più antica delle dottrina cristiana delle opere e di ogni ricompensa; non solo, in un certo senso la sua inevitabilità ricorda la condanna della Gehenna, che era comune a probi e peccatori, prima che l'Ebraismo incontrasse la filosofia persiana e la sua concezione del bene e del male. Non esiste invece giustizia, non c'è premio né punizione, là dove vanno ad inginocchiarsi i somari.
La manifesta antichità del modo di pensare e giudicare le cose che pare celarsi dietro questa formula ha ovviamente stimolato la curiosità di linguisti, etnografi e storici di varie generazioni. I più anziani agricoltori della zona di Pongelli di Ostra Vetere (AN) ricordano ancora, a questo proposito, l'arrivo in massa nei poderi dei propri genitori e nonni, nel periodo fra le due guerre, di un gran numero di studiosi tedeschi. Costoro, adepti della cosiddetta Siedlungsarchäologie, dopo una lunga e infruttuosa ricerca in Mesopotamia si erano trasferiti nelle Marche per verificare una teoria rivoluzionaria: quella, lanciata negli ultimi anni dall'Ottocento dall'erudito inglese Sir Roger Pudding, secondo cui la scomparsa dei sumeri dal palcoscenico della storia si doveva in realtà a una loro migrazione di massa verso Occidente (cfr. E. MATOMA, L'età di Pudding o la sumerologia ai tempi del vapore, in AA. VV., Teorie strampalate e abusi delle credibilità popolare nella storiografia moderna, ed. it., Cogoleto 1978).
Il Pudding, lanciata la sua teoria, si era tuttavia dato alla caccia grossa in Africa Orientale, e non aveva mai chiarito il luogo di arrivo della mitica migrazione; furono dunque i suoi eredi a cercare negli archivi e nei sottoscala in cerca delle tracce dei sumeri; senza tuttavia grosse fortune. Solo un giorno d'estate del 1931 il dottorando in Storia del Vicino Oriente Heinz Himmelbogen, in vacanza a Senigallia, ascoltò per caso dalla voce di un esercente del mercato ortofrutticolo la frasetta sul dove si inginocchiano i somari, e la ricollegò immediatamente a una formula da poco scoperta nelle ziggurat di Bilbat, tra le più occidentali città sumeriche; qui ci si riferisce all'attuale deserto siriano, che serra e serrava la fertile piana mesopotamica, come al luogo cocente e impraticabile in cui si inginocchiano gli onagri (▶▶▸ ►▻▻◃◃ ◀ ◀◀▲▶◄◄, minal-ku-gak-en-bi-te-kato). Himmelbogen, nonostante il pressante invito di seguire a Porto Potenza Picena una giovane donna appena conosciuta in spiaggia, si recò subito alle poste a telegrafare la scoperta, cosicché nel giro di pochi giorni fu organizzata una missione etnografica incaricata di individuare se davvero fosse da ricercare nelle Marche centrali la perduta civiltà sumera. Mesi e anni passarono senza risultati; finché qualcuno ammise a mezza bocca che l'unico motivo per cui l'Università di Heidelberg aveva acconsentito a spostare i propri archeologi dall'Iraq alla Valmisa era il fatto che si erano rotti i coglioni della sabbia e dei mosconi. Si legga a questo proposito il diario del capo di quella spedizione (G. BUCHWALD, Mindestens waren wir unter Christen, Uerdingen 1956; tradotto poi in parte come Alme' staceamo nfra i cristia', Genga 1965).
Se questa teoria è perciò squalificata, regge tuttora la seconda, anch'essa di impianto storico. Essa fu presentata da una giovane ricercatrice della Cattolica di Milano, Barbara Barbi, durante un convegno tenutosi nella provincia anconetana (vedi B. BARBI, Barbe barbariche e bardature barocche: le Marche profonde allo specchio, in Blaterare al bar. Atti del convegno internazionale, Barbara (AN), 10-15 gennaio 1987, Bari-Bar 1989). A parere della Barbi, l'origine del detto va sì ricercata nelle grandi migrazioni dei popoli, ma non in quella - fantomatica - dei Sumeri, bensì in quelle storicamente accertate di popoli di origine celtica e germanica che popolarono in vari momenti le valli marchigiane. Questi, verosimilmente, risalirono con le proprie donne e le altre bestie il corso dei torrenti, in cerca di luoghi fertili e difendibili; fino a che, presso erte scoscese e sassose, l'inginocchiarsi degli asini aveva segnalato infine al Brenno di turno che non c'era modo di procedere oltre.
Pur non escludendo la possibilità celtica e pre-romana, la Barbi tende tuttavia ad attribuire ai Longobardi o ai Franchi, nell'alto Medioevo, lo sviluppo della formula; a suo modo di vedere ove si fermarono gli asini - in luoghi dunque difficili persino per animali tanto tenaci - i popoli germanici avrebbero costruito le fortezze che ancora oggi punteggiano le più aspre vallate della regione, valutando giustamente che aggressori umani avrebbero avuto enormi difficoltà nel riuscire a transitare dove manco i somari. Certi hanno fatto tuttavia notare che il posto dove si inginocchiano i somari, nella mentalità marchigiana, è un luogo totalmente negativo, che mal si concilierebbe con l'ipotesi di una relativa sicurezza donata dall'incastellamento barbarico. Più facile, secondo questi ultimi, che l'origine del detto sia molto antecedente la nascita di Cristo, e si riferisca a quelle primavere sacre e alle migrazioni più o meno forzate cui si sottoponevano parti delle popolazioni celtiche e picene allora stanziate nella regione, lasciando le terre ormai sovrappopolate e troppo sfruttate per scomparire oltre i valichi e le giocaie montane, là dove, appunto, si inginocchiano i somari (diciamo, per es., al Passo di Scheggia). Le madri e i parenti avrebbero ripensato per sempre con tristezza ai figli e congiunti perduti o lontani, fino a far entrare nel lessico comune quell'accento di singolare e poetica mestizia. Tale, almeno, è l'opinione di Piero Renzaglia, ex portiere della Recanatese e storico del folklore locale; le sue opinioni sono raccolte in Teorie influenzate dal paccatello e cresce davanti al fuoco, Paris-Sassoferrato 1993.
Esiste infine una terza ipotesi, diversa e più antica delle altre; essa è di natura mistico-religiosa, e argomenta che i somari del motto siano da identificare non nelle bestie grigie e riottose che tutti conosciamo, bensì con i peccatori e coloro che contravvengono al dettato divino. Fu sviluppata nel Seicento, nel primo fiorire dell'erudizione locale, dal vescovo di Urbisaglia (allora come oggi un disoccupato di lusso, essendo la diocesi soltanto onoraria), Settimio Sargolini. Costui mise a frutto il proprio tempo libero inventando un violino meccanico, solo leggermente distorto, che non ebbe grosso successo, e soprattutto dando alle stampe il Compendium magnum et verum omnium dictorum quae in Terra Marchianorum occurrunt ex ore agricolarum, piscatorum, aurigarum carruum atque aliorum incultorum, et christiana explanatio eorum (Casteldurante 1614). Si legge in quelle ispirate pagine: "Vedesi ordunque ogn'ora che dei birboni vanno per la strada, et l'hostaria, et ovunque sino in chiesa e nelli pubblici offizi, menando vanto della loro trista condotta, et pigliandosi le maggiori libertà, quali l'insolentire la religione, il far mercato de' cose sacre o il dileggio portato alli simboli di N. S. Christo con la parola et con le azioni, o i delitti i più odiosi a danno delli honesti. Et non v'è davvero numero bastevole di birri o leggi o pronunciamenti della giustizia capaci a porre un solco in terra dinanzi a tanta arroganza, sì che innocentemente si domanda a Dio et alli suoi vicari nel mondo come Egli tolleri cotali sfide alla Sua autorità.
Et invero una et una sola è la risposta possibile et certa che Iddio padre dona alli figli propri, et essa dice che ben prima di ogni loro pensiero i prepotenti rivolgeranno al terreno il capo pieno di malpensieri et opere sataniche; questo essendo il recondito et veramente christiano significato del detto che ripetono li nostri villici sin dalli tempi antichi, iusta al quale ogn'homo giungerà a tempo debito ove s'ingenocchiano i somari. Dinanzi a quale luce et quale potenza non è manco da dire, tanto la voce è chiara, naturale et colma de santo sentire; però che diciamo a chi, colmo di arroganza, mostra e si gloria delli propri peccati, che pensino piuttosto a pentirsi, prima che giunga quel tempo...". Pare anzi che Sargolini volle organizzare in diversi luoghi della regione, a scopo pedagogico, palî e corse di asini; è dubbio tuttavia se il popolo, che accorreva in massa, cogliesse il senso metaforico della manifestazione; che lasciava comunque in eredità al servizio di nettezza urbana dei vari comuni, grossi quantitativi di merda fumante da smaltire alla svelta. Il che ricordava in un certo senso agli spazzini, mézzi di fatica, che prima o poi giungeremo tutti dove si inginocchiano i somari.
* piassela grossa: far baldoria.
** tira' via: sbrigarsi.
*** trenta e du figure: quasi alla fine, al limite estremo (della sopportazione).
martedì 11 dicembre 2012
Zuppo de terra
C'è un tipo di persona davanti alla quale l'osservatore educato, cittadino, magari cosmopolita non può che ritirarsi inorridito, per quanto ben disposto voglia essere quest'ultimo: tale persona rozza, triviale, penetrata e impregnata in ogni fibra del proprio essere di ignoranza atavica e villania irrecuperabile, è per l'appunto lo "zuppo de terra".
Tale zuppaggine connatura e definisce il malcapitato, che d'altronde non avverte la propria sfortuna, in ogni senso: essa lo rende disattento - per dir poco! - ai dettami del vivere civile, e in più incapace di rapportarsi a tutte le invenzioni e le trovate che sono il frutto dell'intelligenza umana, le quali rendono più facile e degna di essere vissuta la nostra esistenza su questa terra. Dirà per esempio un tale, sbuffando e bestemmiando piano, di fronte a un qualche attrezzo tecnologico che pare resistergli e il cui funzionamento gli sfugge: "Que diaolo dovrìa rappresenta' sto ciaffo? E miga fa na sega, tocca portallo a commeda'*!". "Ma que voi commeda', bada a camina'...", ribatterà un amico o un conoscente, con tono appena sussiegoso, apprestandosi a risolvere il facilissimo intoppo, "Passeme sto fregno, te fo vede io, o zuppo de terra. To', ce volea 'n bel po'...".
Ma lo zuppo di terra, per sua natura, non osserva e non apprende; egli si limita a recitare nel teatro della vita la propria parte meschina.
A proposito di teatro, può capitare anche che un amante dell'alta cultura esca in tarda serata da un'opera o da un concerto, e incontri sulla via alcuni giovani - più o meno avvinazzati - che blaterano qualcosa a voce elevata o, peggio ancora, giocano con il proprio cellulare e impongono all'aere circostante l'ascolto di una qualche melodia della dance marocchina. "Ma te vara sti zuppi de terra! E i fa sgappa' fora da 'n teadro... Sarìa da taccalli su** tutti!". "Scì, ma 'n te ne pia'...", dirà la moglie. "E miga me ce stizzo***! Io fo pel be' de lora...". Così dicendo, cercando di soffocare il nervoso e di ripensare a Bach, l'uomo si dirigerà alfine verso casa, nel confortante silenzio notturno.
Ma che origine ha lo zuppo di terra (inteso come espressione)? Le ipotesi sono varie. La prima e forse più diffusa è quella "ecclesiastica", teorizzata a suo tempo dall'abate Pompetta (Pio Calamaro Pompetta, nato a Montegranaro nel 1745; meglio noto come segretario particolare di vari pontifici, nonché inventore dei guanti senza dita e del cappello da croupier). Questi, di umile origine, sostiene sdegnato nel suo Mala educatio gentium marchianorum, sive Marchae merda iuvenes (Subiaco 1787): "Pare all'umile giudizio di me medesimo, confortato in ciò dall'opinione di grandi sapienti et eruditi con i quali ebbi a favellare sul tema, che la trista e soverchia fierezza de' nobili e cittadini marchiani dovette chiamare «zuppi di terra» i villici, i ciabattini, li stracciaroli et altri umili figli del Signore, con esso nome rimandando all'Antico Testamento et in ispecie alla Genesi ove si dice che Dio Padre fece l'uomo dall'argilla; ritenendosi invece a converso i nobili et i ricchi discendenti non di quell'uomo di argilla, e bene sì del rosso Adamo. Dimenticando guari a bella posta i secondi che anche nell'uomo di argilla fu posto il soffio divino e che questi, lo zuppo di terra, è uomo compagno ad Adamo et egualmente a lui valido e figlio dinanzi al Signore... Certo in questo inganno essi ebbero d'avvantaggio la stolida ignoranza, purtroppo sì diffusa nelle campagne marchiane, pronte sempre allo sputo in terra et alla bestemmia ma poco disposte allo studio della dottrina...".
Questa ipotesi, in epoca di cattolicesimo sociale, fu poi fatta propria da Rezio Riezio e Don Fabio Camalli, storici maceratesi che videro nell'abbruttimento delle masse da parte delle classi dominanti la radice di tante fragilità regionali e anche della possibilità di penetrazione delle perniciose idee socialiste (cfr. R. RIEZIO, Sor padro', alme' non me toccade la sposa!, in "L'abbise. Quaderni di storia e cultura marchigiana", 10/XXII, Macerata 1976. Per Camalli purtroppo non c'è bibliografia disponibile perché la sua perpetua, Zelmira, era usa adoperarla per attizzare il fuoco).
La scuola materialista, più vicina alle posizioni politiche progressiste e socialcomuniste, ha voluto invece vedere in quello "zuppo" una nota tragicamente reale e alimentare. In particolare essa ha fatto proprie le idee dello storico tedesco Guido Weitenpisser, formatosi a Heidelberg ma poi rimasto una ventina d'anni nascosto a Monte San Vito (AN), in seguito a una sordida storia di frequentazioni con studentesse e gravidanze negate. A margine del suo impiego da rappresentante della Manifattura Tabacchi di Chiaravalle, Weitenpisser portò avanti i propri studi storico-linguistici; esaminando certe carte ecclesiastiche, soprattutto, egli lesse come "Numero grande di contadini e poveri passarono all’altra vita, onde non coltivate le campagne fu tanto peggio nel 1588 e 1589 e 90 e 91: e però la poveraglia morì senza numero non solo, ma ancora non poche persone comode". Questo lo portò a ritenere che un grosso numero di contadini, in quel periodo, saziasse la propria tremenda fame solo con minestroni di radici di scarso potere nutritivo, e in seguito con veri e propri infusi di terra e erba, prima di trascinarsi in città per ricercare qualche elemosina o un qualsiasi lavoro dai mercanti italiani e orientali o dal clero. Agli occhi dei relativamente fortunati abitanti della città il muso emaciato e terroso dei campagnoli doveva apparire indimenticabile; ancora anni e decenni dopo la fine dell'emergenza, si terrorizzavano i bambini dicendo loro che, se non avessero mostrato rispetto per i genitori, a cena avrebbero avuto zuppa di terra come i contadini durante la carestia. Dalla zuppa di terra allo zuppo di terra, e dunque al povero villico ridotto in condizioni morali e materiali degradanti, il passo è evidentemente breve. Si veda G. WEITENPISSER, Essen und Kotzen in Zentralmarken, 1550-1650, Cozze di Monte San Vito-Uerdingen 1965, poi parzialmente tradotto e popolarizzato da A. LIMORTACCI, Ricchi di merda. Appunti per una storia proletaria del mondo e dei cani, Cremona 1973.
L'ultima ipotesi, minoritaria, ha a che fare con la ben nota immigrazione degli slavi nelle Marche all'epoca delle invasioni turche nei Balcani e comunque quando l'Italia viveva la propria rinascita rinascimentale dopo la crisi del Trecento. Questi immigrati, anche quando si trovavano costretti a esercitare lavori umili con retribuzioni certo non eccezionali, mostravano spesso un orgoglio peculiare, motivandolo con la propria passata condizione nella loro terra d'origine: certi si dicevano cioè condottieri o soldati particolarmente abili, altri artisti o artigiani di pregio, alcuni rivendicavano perfino uno status di nobili o di capi di una regione ("župa", in lingua serbo-croata).
Il popolino, tuttavia, non poteva ignorare la contraddizione fra l'arroganza degli župani e la bassezza delle loro esistenze; questo portò sovente a episodi di rozza e tagliente ironia nei loro confronti e alla coniazione del nomignolo župani de terra per quelli che erano impegnati in agricoltura. Nel corso delle generazioni si perse il senso e la parola stessa di župan, che si trasformò nel più simile dei termini neolatini, d'altronde singolarmente pregnante in quella espressione. Tale teoria fu illustrata per la prima volta a Civitanova Marche nel 1981 da Dragan Cvitanić, decano dei linguisti croati, durante il convegno "Adriatico, mare di mistificatori: per una nuova etica della truffa e del raggiro levantino". La conferenza, interessante e assai seguita in sé, è particolarmente ricordata perché negli stessi giorni si giocò anche l'amichevole Hajduk Spalato-Sambenedettese, conclusasi quasi senza incidenti di rilievo e in ogni caso all'insegna della sportività.
Gli atti del convegno, per chi volesse approfondire le tesi di Cvitanić, sono anzi disponibili in quasi tutti i baretti in cui si riuniscono gli ultrà della Samba.
* (ar)commeda': riparare, mettere a posto.
** tacca' su: impiccare.
*** stizzasse: arrabbiarsi.
Tale zuppaggine connatura e definisce il malcapitato, che d'altronde non avverte la propria sfortuna, in ogni senso: essa lo rende disattento - per dir poco! - ai dettami del vivere civile, e in più incapace di rapportarsi a tutte le invenzioni e le trovate che sono il frutto dell'intelligenza umana, le quali rendono più facile e degna di essere vissuta la nostra esistenza su questa terra. Dirà per esempio un tale, sbuffando e bestemmiando piano, di fronte a un qualche attrezzo tecnologico che pare resistergli e il cui funzionamento gli sfugge: "Que diaolo dovrìa rappresenta' sto ciaffo? E miga fa na sega, tocca portallo a commeda'*!". "Ma que voi commeda', bada a camina'...", ribatterà un amico o un conoscente, con tono appena sussiegoso, apprestandosi a risolvere il facilissimo intoppo, "Passeme sto fregno, te fo vede io, o zuppo de terra. To', ce volea 'n bel po'...".
Ma lo zuppo di terra, per sua natura, non osserva e non apprende; egli si limita a recitare nel teatro della vita la propria parte meschina.
A proposito di teatro, può capitare anche che un amante dell'alta cultura esca in tarda serata da un'opera o da un concerto, e incontri sulla via alcuni giovani - più o meno avvinazzati - che blaterano qualcosa a voce elevata o, peggio ancora, giocano con il proprio cellulare e impongono all'aere circostante l'ascolto di una qualche melodia della dance marocchina. "Ma te vara sti zuppi de terra! E i fa sgappa' fora da 'n teadro... Sarìa da taccalli su** tutti!". "Scì, ma 'n te ne pia'...", dirà la moglie. "E miga me ce stizzo***! Io fo pel be' de lora...". Così dicendo, cercando di soffocare il nervoso e di ripensare a Bach, l'uomo si dirigerà alfine verso casa, nel confortante silenzio notturno.
Ma che origine ha lo zuppo di terra (inteso come espressione)? Le ipotesi sono varie. La prima e forse più diffusa è quella "ecclesiastica", teorizzata a suo tempo dall'abate Pompetta (Pio Calamaro Pompetta, nato a Montegranaro nel 1745; meglio noto come segretario particolare di vari pontifici, nonché inventore dei guanti senza dita e del cappello da croupier). Questi, di umile origine, sostiene sdegnato nel suo Mala educatio gentium marchianorum, sive Marchae merda iuvenes (Subiaco 1787): "Pare all'umile giudizio di me medesimo, confortato in ciò dall'opinione di grandi sapienti et eruditi con i quali ebbi a favellare sul tema, che la trista e soverchia fierezza de' nobili e cittadini marchiani dovette chiamare «zuppi di terra» i villici, i ciabattini, li stracciaroli et altri umili figli del Signore, con esso nome rimandando all'Antico Testamento et in ispecie alla Genesi ove si dice che Dio Padre fece l'uomo dall'argilla; ritenendosi invece a converso i nobili et i ricchi discendenti non di quell'uomo di argilla, e bene sì del rosso Adamo. Dimenticando guari a bella posta i secondi che anche nell'uomo di argilla fu posto il soffio divino e che questi, lo zuppo di terra, è uomo compagno ad Adamo et egualmente a lui valido e figlio dinanzi al Signore... Certo in questo inganno essi ebbero d'avvantaggio la stolida ignoranza, purtroppo sì diffusa nelle campagne marchiane, pronte sempre allo sputo in terra et alla bestemmia ma poco disposte allo studio della dottrina...".
Questa ipotesi, in epoca di cattolicesimo sociale, fu poi fatta propria da Rezio Riezio e Don Fabio Camalli, storici maceratesi che videro nell'abbruttimento delle masse da parte delle classi dominanti la radice di tante fragilità regionali e anche della possibilità di penetrazione delle perniciose idee socialiste (cfr. R. RIEZIO, Sor padro', alme' non me toccade la sposa!, in "L'abbise. Quaderni di storia e cultura marchigiana", 10/XXII, Macerata 1976. Per Camalli purtroppo non c'è bibliografia disponibile perché la sua perpetua, Zelmira, era usa adoperarla per attizzare il fuoco).
La scuola materialista, più vicina alle posizioni politiche progressiste e socialcomuniste, ha voluto invece vedere in quello "zuppo" una nota tragicamente reale e alimentare. In particolare essa ha fatto proprie le idee dello storico tedesco Guido Weitenpisser, formatosi a Heidelberg ma poi rimasto una ventina d'anni nascosto a Monte San Vito (AN), in seguito a una sordida storia di frequentazioni con studentesse e gravidanze negate. A margine del suo impiego da rappresentante della Manifattura Tabacchi di Chiaravalle, Weitenpisser portò avanti i propri studi storico-linguistici; esaminando certe carte ecclesiastiche, soprattutto, egli lesse come "Numero grande di contadini e poveri passarono all’altra vita, onde non coltivate le campagne fu tanto peggio nel 1588 e 1589 e 90 e 91: e però la poveraglia morì senza numero non solo, ma ancora non poche persone comode". Questo lo portò a ritenere che un grosso numero di contadini, in quel periodo, saziasse la propria tremenda fame solo con minestroni di radici di scarso potere nutritivo, e in seguito con veri e propri infusi di terra e erba, prima di trascinarsi in città per ricercare qualche elemosina o un qualsiasi lavoro dai mercanti italiani e orientali o dal clero. Agli occhi dei relativamente fortunati abitanti della città il muso emaciato e terroso dei campagnoli doveva apparire indimenticabile; ancora anni e decenni dopo la fine dell'emergenza, si terrorizzavano i bambini dicendo loro che, se non avessero mostrato rispetto per i genitori, a cena avrebbero avuto zuppa di terra come i contadini durante la carestia. Dalla zuppa di terra allo zuppo di terra, e dunque al povero villico ridotto in condizioni morali e materiali degradanti, il passo è evidentemente breve. Si veda G. WEITENPISSER, Essen und Kotzen in Zentralmarken, 1550-1650, Cozze di Monte San Vito-Uerdingen 1965, poi parzialmente tradotto e popolarizzato da A. LIMORTACCI, Ricchi di merda. Appunti per una storia proletaria del mondo e dei cani, Cremona 1973.
L'ultima ipotesi, minoritaria, ha a che fare con la ben nota immigrazione degli slavi nelle Marche all'epoca delle invasioni turche nei Balcani e comunque quando l'Italia viveva la propria rinascita rinascimentale dopo la crisi del Trecento. Questi immigrati, anche quando si trovavano costretti a esercitare lavori umili con retribuzioni certo non eccezionali, mostravano spesso un orgoglio peculiare, motivandolo con la propria passata condizione nella loro terra d'origine: certi si dicevano cioè condottieri o soldati particolarmente abili, altri artisti o artigiani di pregio, alcuni rivendicavano perfino uno status di nobili o di capi di una regione ("župa", in lingua serbo-croata).
Il popolino, tuttavia, non poteva ignorare la contraddizione fra l'arroganza degli župani e la bassezza delle loro esistenze; questo portò sovente a episodi di rozza e tagliente ironia nei loro confronti e alla coniazione del nomignolo župani de terra per quelli che erano impegnati in agricoltura. Nel corso delle generazioni si perse il senso e la parola stessa di župan, che si trasformò nel più simile dei termini neolatini, d'altronde singolarmente pregnante in quella espressione. Tale teoria fu illustrata per la prima volta a Civitanova Marche nel 1981 da Dragan Cvitanić, decano dei linguisti croati, durante il convegno "Adriatico, mare di mistificatori: per una nuova etica della truffa e del raggiro levantino". La conferenza, interessante e assai seguita in sé, è particolarmente ricordata perché negli stessi giorni si giocò anche l'amichevole Hajduk Spalato-Sambenedettese, conclusasi quasi senza incidenti di rilievo e in ogni caso all'insegna della sportività.
Gli atti del convegno, per chi volesse approfondire le tesi di Cvitanić, sono anzi disponibili in quasi tutti i baretti in cui si riuniscono gli ultrà della Samba.
* (ar)commeda': riparare, mettere a posto.
** tacca' su: impiccare.
*** stizzasse: arrabbiarsi.
mercoledì 7 novembre 2012
Come l'osso al ca'
Espressione di significato leggermente
bivalente, ma riconducibile comunque a uno stesso ambito, «como [o
"come"] l'osso al ca'» indica da un lato l'appropriatezza
di un'attribuzione, dall'altro la necessità di completare in una
determinata maniera un quadro che manchi di un elemento o che appaia
in qualche modo errata.
"Ce dice ste scarpe cul vestito?",
domanda ad esempio la donna marchigiana della buona società al
marito, qualche minuto prima di recarsi a teatro (sono già in
ritardo e l'uomo sbuffa). "Ce chioppa*", risponderà
l'uomo, senza più nascondere la propria insofferenza, "come
l'osso al ca'...". La donna, ovviamente, per nulla rassicurata
da un giudizio tanto superficiale, esiterà di nuovo davanti allo
specchio, vagamente maledicendo il giorno in cui ha sposato quel
vagabondo; questo, tuttavia, non è fatto peculiarmente marchigiano
ed esula dunque dalla nostra ricerca.
Molto spesso la formula è introdotta,
per motivi di rima ed armonia, dalla frasetta "Ce sta";
poniamo il caso di due amici: il primo, che ha da poco ristrutturato
una casetta, invita l'altro a bere una bottiglia nell'ambiente ancora
spoglio. "Chi me sa ce 'ojo fa' lo studio", indicherà
quindi, "Scinnò 'n ce fo gnè, ce lasso du poltrone e 'n
giradischi e ce veno a sciora'**". "Ce sta",
commenterà secco l'altro, già in preda ai fumi dell'alcool (ha
colpevolmente dimenticato di pranzare); per poi completare la frase,
dopo qualche secondo di pesca infruttuosa nella memoria: "...Come
l'osso al ca'!".
Sembra naturale e non ha bisogno di
grandi spiegazioni l'accostamento fra l'ovvia affinità tra cane e
osso, da un lato, e una situazione, un paragone, un'attribuzione ben
riuscita o ben pensata. Il quesito, invece, riguarda tempi e modi
della nascita o dell'arrivo della formula in seno alla comunità
marchigiana; quando e come, cioè, i nostri antenati hanno cominciato
a utilizzare questa frase fatta che a noi oggi pare tanto naturale e
istintiva.
Taluni, sulla scorta della grande
autorità del Rubamazzo (Edgardo Sebastopoli Rubamazzo, latinista di
enorme fama a metà dell'Ottocento; poi luogotenente del brigante
Crocco, infine di nuovo latinista dopo i necessari chiarimenti con la
giustizia), hanno avvalorato l'origine antica e in particolare latina
della formuletta.
Essa doveva far parte di un nutrito gruppo di
sententiae pensate per l'educazione dell'infanzia e della
gioventù, passate pian piano in proverbio e divenute saggezza
popolare e non più generazione. L'originale utilizzo pedagogico
sarebbe testimoniato dalla struttura in rima della frase, che
all'epoca doveva suonare: "Hic est mos/ tamquam cani os"
(così si fa/ come l'osso al ca'). La frasettina serviva cioè ad
ammaestrare i bambini e a sottolinearne i comportamenti corretti; il
passaggio all'ambito degli adulti, magari mediato prima da un
atteggiamento scherzoso, poi perdutosi col tempo dev'essere parso
naturale. Così almeno sostiene il citato Rubamazzo nelle sue
Divagazioni sulla lingua latina a margine di un bivacco di
legittimisti (Tunisi 1864), volume a suo tempo proibito in Italia
per via di una certa propaganda filoborbonica che lo pervade.
Un allievo del Rubamazzo, Ettore Puzza,
centromediano del Genoa Cricket and Football Club e latinista almeno
pari al maestro, volle precisare l'ipotesi del Rubamazzo. Secondo
questa variante, la formuletta avrebbe sì radici latine, ma queste
non affonderebbero nella classicità, bensì nel latino medievale;
secondo Puzza, infatti, sarebbe stato un monaco di Fonte Avellana a
vergare nel dodicesimo secolo una serie di commentari e di brevi note
che, a partire dalla dottrina allora in voga del Bellum Iustum,
tratteggiavano l'Homo Iustus, la Mulier Iusta, la Domus Iusta, ecc.,
insomma trattavano tutti gli ambiti della vita domestica e
dell'esperienza umana. Fra gli altri manualetti di comportamento si
ricorda anche quello dedicato al Canis Iustus, il quale avrebbe
meritato l'Os Iustum. Questi insegnamenti sarebbero stati compresi in
maniera solo parziale e semplificata dai contadini e dagli artigiani
dei dintorni, e appunto da una corruzione della dottrina sarebbe nato
in seguito il "Cani os", mutatosi poi in volgare nell'osso
al ca'. Cfr. E. PUZZA, Ma allora non avete capito un cazzo. Il
Medioevo frainteso, Sant'Ippolito 1900.
Assai diversa e rivoluzionaria è
invece l'interpretazione di Gianni Sgnaolo, storico del movimento
operaio, filosofo ed esteta, meglio noto per una lunga serie di
conquiste femminili nel jet-set (egli utilizza la vecchia e
collaudata tattica della logorrea ipnotica; dopo sei-otto ore di
chiacchiere pesanti, ma in realtà inconsistenti e prive di concetti,
la vittima è incapace di pensiero razionale e pronta ad accettare la
corte del barbuto viveur). Secondo Sgnaolo, il modo di dire è
recente, per la precisione ottocentesco; esso sarebbe stato messo in
voga da certi liberali senigalliesi di ritorno dall'Ungheria, dove
avevano combattuto di fianco a Kossuth. Nei decenni successivi
sarebbe stato poi fatto proprio dal nascente movimento operaio della
zona. L'osso cui si fa riferimento, stando a questa lettura, non sono
altro che le reliquie dei santi portate in processione per le città
marchigiane ancora impregnate di spirito papalino. Gli anticlericali
della zona erano dunque soliti presenziare alle processioni e ad
altre occasioni religiose e, facendo mostra di parlare d'altro,
commentare ad alta voce "Ce sta... come l'osso al ca'!",
con i menti rivolti ai venerabili ossicini In un paio di casi, anzi,
il confronto era degenerato in rissa aperta, con il tentativo da
parte delle frange estreme di rubare e profanare le reliquie. Si veda
al proposito AA. VV., Risse, bambini smarriti e furti di
porchetta: le feste del popolo nelle Marche postunitarie,
Montegranaro 1976 (con il contributo dell'associazione produttori di
tomaie). Per le tesi dello Sgnaolo, invece, secondo cui il passaggio
in proverbio di quella formula radicale avviene nel momento della
pacificazione post-bellica e dell'articolo 7 della Costituzione, si
legga Preti di merda: la maturazione del sentimento politico fra
Valmisa e Vallesina, in "Quaderni storico-estetici
proletari", 2/XIII, Passo Ripe 1989.
Infine, l'ultima interpretazione, più
fantasiosa, chiama in causa un certo Giovanni Coloccini, nato
nell'Ottocento a San Paolo di Jesi. Costui, uomo inquieto, avrebbe
fatto svariatissimi mestieri in giro per l'Europa e militato sotto
diverse bandiere, finché, sul finire del secolo, non si sarebbe
trovato in Egitto al seguito del noto archeologo prussiano Heinz Von
Kliechingen-Paccasassi. Qui avrebbe partecipato a una sfrenata corsa
all'antichità egizia, con la scoperta di diverse tombe e in
particolare della magnifica mummia del toro Apis, accompagnata da
quella del custode Giampiero. Il buon Coloccini, tuttavia, non
avrebbe mai colto in profondità l'essenza della civiltà egizia, che
pure lo affascinava; e, rientrato in patria, i suoi tentativi di
spiegarne la grandezza ad amici e vicini di casa non sarebbero giunti
a buon fine, anche per le carenze retoriche dello stesso Coloccini.
L'unica cosa che che filtrava dai suoi
discorsi sconnessi, infatti, era la contiguità fra morte, cadaveri e
Ka (qualsiasi cosa fosse); pareva anzi che fra ossa dei morti e Ka ci
fosse una relazione inscindibile, da cui si sviluppò in paese e
nella vicina Staffolo la costumanza di inserire nella chiosa dei
discorsi "come l'osso al Ka". In seguito, si perse la
memoria di Coloccini e dei suoi viaggi; ma il suo modo di dire, pur
frainteso, vive e prospera.
Interrogato su questa apparentemente implausibile ipotesi, pare che Theodor Sehrfickbar, decano dei linguisti tedeschi, abbia risposto: "Ich sehe einen Bund... Wie den Knochen dem Hund" (ci vedo un legame... Come l'osso al cane). Oppure anche questa è un'invenzione recente o una trovata simpatica (cfr. H. BUCHWALD, Studiosi germanici al Carnevale di Fano, o dello zucchero filato sulla Tavola Peutingeriana, ed. it., San Costanzo 1999).
* Lett. "scoppia"; in gergo,
vale "ci sta a pennello".
** Sciora' significa in origine
uscire, spandersi, allargarsi; è inoltre tipicamente usato per lo
spurgare delle olive sotto sale o per la simile necessità degli
ubriachi di mettersi all'aria fredda per riprendersi. In questo caso
significa "rilassarsi".
lunedì 18 giugno 2012
'Na botta ndu che piscia
Espressione abbastanza diffusa nella provincia anconetana, 'na botta ndu che piscia tradisce - per la sua materialità brutale - la probabile provenienza jesina; essa riflette infatti in modo chiaro la mentalità e lo stile propri dell'operosa città che ha dato i natali a Federico II.
Lo spirito jesino, non in contrapposizione d'altra parte a quello prevalente nella regione, è in effetti popolare e imprenditoriale assieme. La progettualità anche ambiziosa si accompagna perciò senza problemi a una indubbia schiettezza, che diviene a volte rozza; ma mai squallida né tantomeno untuosa. Nel caso in esame, ci si riferisce con la formula - che è dunque esclusivamente maschile - all'avvenenza e alla desiderabilità di una donna. "Ce sae gido, dopo, a la festa de Claudia?", chiederà per esempio un tale al suo compagnone. "Scì, ce so' passado un menudo, verso tardi...". "A lia l'he ista? 'N te pare secca rrustida*?". Mbè, via, siguro 'n ce fai le salcicce... Cumunque te dirò, io je la darìa na botta ndu che piscia. Via, adè na olta je domando el nummero e vedemo sci se pole fa' qualco'...".
L'espressione ha a volte, ma non necessariamente, una certa valenza concessiva, quasi che la botta in questione fosse octroyée con grande liberalità dal maschio alla femmina in oggetto. "Mmh", mormorerà appena il ragazzo in spiaggia, seguendo con lo sguardo la giovane che gli viene indicata da un amico, "Nnè che sii tutta sta cocchia**, prò na botta ndu che piscia...".
Lo stile materialistico e intrinsecamente produttivo dell'espressione (che alcuni, vedi il Budre***. hanno definito addirittura "protocapitalistica") ha fatto pensare a una sua genesi nell'ambito artigianale che costituiva buona parte del tessuto economica delle città medievali e moderne e che tutt'ora caratterizza la regione adriatica. In particolare, la scuola critica finlandese, guidata dal Kuulo (Paavo Kuulo, di madre monteluponese; a lungo assessore alla cultura della provincia di Helsinki, propose un gemellaggio fra ciauscolo e salame di renna), sostiene la cosiddetta "ipotesi falegnamistica". Essa presuppone che, in tempi non precisati ma grossomodo tardomedievali, un giovanotto interessato a ottenere la mano di una figlia di bottegai osimani abbia mostrato la propria affidabilità e il proprio valore alla famiglia di lei compiendo una serie di lavoretti domestici; in altre parole, il rozzo e meschino mercante avrebbe approfittato del giovane innamorato per non pagare una serie di migliorie e riparazioni necessarie. Una di queste fatiche fu, sempre stando ai finlandesi, il consolidamento e l'imbollettamento comme il faut della latrina di casa, posta a ridosso delle mura cittadine. Lo spasimante, riferendo agli amici dei progressi della propria liaison, si sarebbe quindi riferito a quest'ultimo lavoretto in questi termini: "Dopo ieri so' gido a casa sua, el padre m'ea chiesto sci passao... Ha toccado a daje pure 'na botta ndu che piscia. Speramo che je va be' e che me lassa sta fiola, ch'io d'aggià comincio a straccamme de sfregnetta' per lora". Il passaggio logico successivo è chiaro: la riparazione della latrina assunse presto il significato di atto interessato per eccellenza, e dunque esser pronti a compiere quel lavoretto valse nutrire una passione per una donna. Dallo sposalizio alla semplice attrazione sessuale, il passo non dovette poi risultare lungo. Cfr.: P. KUULO, L'artigiano e la fica: quando due mondi si incontrano, Rovaniemi 1971.
Il luminare congolese Nzifu Gulumbu, professore di Storia medievale e Balli di gruppo all'Ateneo del Katanga, ha proposto una piccola variazione a questa ipotesi, pur mantenendo grossomodo inalterato il contesto storico: egli, influenzato dalla visione di un vecchio film con Paolo Villaggio, ha creduto che non si debba supporre la centralità nella vicenda una figlia di famiglia, bensì quella di una vedova de jure o de facto, tale Cunegonda da San Michele al fiume. Ella, ancor giovane e piacente, avrebbe a un certo punto richiesto l'aiuto di un fabbro per rimuovere una debilitante e ormai ingiustificata cintura di castità (era giunta notizia certa che il marito, Sciapigotto da Pongelli, era deceduto in Anatolia in uno scontro con i Peceneghi). Nei giorni seguenti il fabbro avrebbe riferito a mezza bocca e solo ad amici fidati di aver dato "un colpo ov'ella minge" alla nobile vedova; in seguito, anche per le pressioni del parroco Gustino, i due sarebbero convolati a giuste nozze. Alcune pergamene, ritrovate nell'Ottocento da un prelato che cercava dei fogli di cui necessitava per cacare, recano anzi la testimonianza del viaggio di nozze dei due a Montefelcino (PU; allora, tutt'al più, Ducato di Urbino). Si veda N. GULUMBU, Una vicenda romantica del basso Cesano, in "Dagli all'esploratore: quaderni di storia e cultura africana", 3/IX (1985).
Più complessa, e maggiormente centrata sul problema dell'accumulazione del capitale e sulla storia economica in generale, appare la teoria di Lorenzo von Lorenz, studioso austriaco di etica del capitalismo e formidabile sputatore di noccioli di brigògolo****. Costui, nelle sue usuali peregrinazioni per la Marca, raccolse la leggenda di una donna tanto ricca quanto eccentrica e insopportabile, unica figlia di un facoltoso possidente corinaldese, tale Sabatini. La donna in questione, la fiola d'Sabati', sarebbe stata rossa di capelli, di carattere forte e imperioso e di comportamento mascolino: per molti essa era anzi una strega, tanto che i braccianti della zona si sarebbero rifiutati di lavorare i suoi vasti campi dalle parti di Barbara (la donna, altro tratto curioso e malvisto, era solita recarsi a pisciare nei poderi). La riluttanza delle classi umili a collaborare con la supposta strega poteva certo mettere in grave difficoltà le sue finanze, non fosse stato per l'aiuto prestatole dal vicino Fiorenzo Gagliarducci: questi avrebbe personalmente provveduto a svolgere tutti i lavori necessari alla manutenzione dei campi: tra questi, forse il più gravoso era ed è tutt'ora la pulizia dei fossi, quelli appunto utilizzati dalla fiola d'Sabati' per le proprie minzioni. In questo senso Gagliarducci avrebbe in seguito riferito ai compaesani di aver dato alla ricca possidente "una botta dove piscia"; alle proteste querule di questi ultimi, che lo tacciavano di collaborazione col demonio, il villico avrebbe semplicemente risposto: "Ma po' sta non polede sta' zitti e bada' a camina'? Sci voa' staade un tanti' più diedro a la cocchia capace vedeade meno streghe...".
Il nobile sforzo del Gagliarducci gli avrebbe poi permesso, sempre per il Lorenz (cfr. V. v. LORENZ, La componente amorosa nell'economia di una regione italiana: il caso marchigiano, Wiener-Neustadt 1966) di far breccia nel cuore dell'ereditiera e di sposarla, dando vita a una nobile schiatta di proprietari terrieri e, molto tempo dopo, autoferrotranvieri.
Infine, qualcuno ha voluto mettere in relazione la formula centromarchigiana con quella inglese, "I'd hit it", molto in voga al momento su internet e in generale fra le giovani generazioni di tutto il mondo. Secondo Voinjiro Salamoto, sociologo nippo-senigalliese autore di Garagoj e meme: l'antico, il moderno e quella santa donna di tua madre (Gradara-Nagoya-Rotterdam 2011), il concetto di "dare una botta", "colpire", sarebbe stato originariamente assorbito dai marinai inglesi e scozzesi di passaggio per il porto di Ancona, e da lì ritrasmesso a tutto il mondo nel loro idioma dominante. Contro questa interpretazione stanno molte voci ascoltate e autorevoli; ma il Salamoto ha recentemente chiarito in un breve pamphlet (E sai quantu cazu me ne frega?, Pietralacroce-Heidelberg 2012) che la cosa lo lascia sostanzialmente indifferente. Resta dunque valida, in linea teorica, anche quest'ultima ipotesi che porterebbe nell'era telematica un pezzo di antica saggezza popolare.
* secca arrostita, magra in maniera impressionante.
** vagina; per estensione, donna di bell'aspetto.
*** Johann Budre, ordinario di Marchigianistica alla Reale Accademia di Studi Superiori di Stoccolma; noto soprattutto per avere inventato la regola per cui - nel gioco detto "tedesca" - il gol realizzato di culo elimina all'istante il portiere trafitto.
**** Albicocca.
Lo spirito jesino, non in contrapposizione d'altra parte a quello prevalente nella regione, è in effetti popolare e imprenditoriale assieme. La progettualità anche ambiziosa si accompagna perciò senza problemi a una indubbia schiettezza, che diviene a volte rozza; ma mai squallida né tantomeno untuosa. Nel caso in esame, ci si riferisce con la formula - che è dunque esclusivamente maschile - all'avvenenza e alla desiderabilità di una donna. "Ce sae gido, dopo, a la festa de Claudia?", chiederà per esempio un tale al suo compagnone. "Scì, ce so' passado un menudo, verso tardi...". "A lia l'he ista? 'N te pare secca rrustida*?". Mbè, via, siguro 'n ce fai le salcicce... Cumunque te dirò, io je la darìa na botta ndu che piscia. Via, adè na olta je domando el nummero e vedemo sci se pole fa' qualco'...".
L'espressione ha a volte, ma non necessariamente, una certa valenza concessiva, quasi che la botta in questione fosse octroyée con grande liberalità dal maschio alla femmina in oggetto. "Mmh", mormorerà appena il ragazzo in spiaggia, seguendo con lo sguardo la giovane che gli viene indicata da un amico, "Nnè che sii tutta sta cocchia**, prò na botta ndu che piscia...".
Lo stile materialistico e intrinsecamente produttivo dell'espressione (che alcuni, vedi il Budre***. hanno definito addirittura "protocapitalistica") ha fatto pensare a una sua genesi nell'ambito artigianale che costituiva buona parte del tessuto economica delle città medievali e moderne e che tutt'ora caratterizza la regione adriatica. In particolare, la scuola critica finlandese, guidata dal Kuulo (Paavo Kuulo, di madre monteluponese; a lungo assessore alla cultura della provincia di Helsinki, propose un gemellaggio fra ciauscolo e salame di renna), sostiene la cosiddetta "ipotesi falegnamistica". Essa presuppone che, in tempi non precisati ma grossomodo tardomedievali, un giovanotto interessato a ottenere la mano di una figlia di bottegai osimani abbia mostrato la propria affidabilità e il proprio valore alla famiglia di lei compiendo una serie di lavoretti domestici; in altre parole, il rozzo e meschino mercante avrebbe approfittato del giovane innamorato per non pagare una serie di migliorie e riparazioni necessarie. Una di queste fatiche fu, sempre stando ai finlandesi, il consolidamento e l'imbollettamento comme il faut della latrina di casa, posta a ridosso delle mura cittadine. Lo spasimante, riferendo agli amici dei progressi della propria liaison, si sarebbe quindi riferito a quest'ultimo lavoretto in questi termini: "Dopo ieri so' gido a casa sua, el padre m'ea chiesto sci passao... Ha toccado a daje pure 'na botta ndu che piscia. Speramo che je va be' e che me lassa sta fiola, ch'io d'aggià comincio a straccamme de sfregnetta' per lora". Il passaggio logico successivo è chiaro: la riparazione della latrina assunse presto il significato di atto interessato per eccellenza, e dunque esser pronti a compiere quel lavoretto valse nutrire una passione per una donna. Dallo sposalizio alla semplice attrazione sessuale, il passo non dovette poi risultare lungo. Cfr.: P. KUULO, L'artigiano e la fica: quando due mondi si incontrano, Rovaniemi 1971.
Il luminare congolese Nzifu Gulumbu, professore di Storia medievale e Balli di gruppo all'Ateneo del Katanga, ha proposto una piccola variazione a questa ipotesi, pur mantenendo grossomodo inalterato il contesto storico: egli, influenzato dalla visione di un vecchio film con Paolo Villaggio, ha creduto che non si debba supporre la centralità nella vicenda una figlia di famiglia, bensì quella di una vedova de jure o de facto, tale Cunegonda da San Michele al fiume. Ella, ancor giovane e piacente, avrebbe a un certo punto richiesto l'aiuto di un fabbro per rimuovere una debilitante e ormai ingiustificata cintura di castità (era giunta notizia certa che il marito, Sciapigotto da Pongelli, era deceduto in Anatolia in uno scontro con i Peceneghi). Nei giorni seguenti il fabbro avrebbe riferito a mezza bocca e solo ad amici fidati di aver dato "un colpo ov'ella minge" alla nobile vedova; in seguito, anche per le pressioni del parroco Gustino, i due sarebbero convolati a giuste nozze. Alcune pergamene, ritrovate nell'Ottocento da un prelato che cercava dei fogli di cui necessitava per cacare, recano anzi la testimonianza del viaggio di nozze dei due a Montefelcino (PU; allora, tutt'al più, Ducato di Urbino). Si veda N. GULUMBU, Una vicenda romantica del basso Cesano, in "Dagli all'esploratore: quaderni di storia e cultura africana", 3/IX (1985).
Più complessa, e maggiormente centrata sul problema dell'accumulazione del capitale e sulla storia economica in generale, appare la teoria di Lorenzo von Lorenz, studioso austriaco di etica del capitalismo e formidabile sputatore di noccioli di brigògolo****. Costui, nelle sue usuali peregrinazioni per la Marca, raccolse la leggenda di una donna tanto ricca quanto eccentrica e insopportabile, unica figlia di un facoltoso possidente corinaldese, tale Sabatini. La donna in questione, la fiola d'Sabati', sarebbe stata rossa di capelli, di carattere forte e imperioso e di comportamento mascolino: per molti essa era anzi una strega, tanto che i braccianti della zona si sarebbero rifiutati di lavorare i suoi vasti campi dalle parti di Barbara (la donna, altro tratto curioso e malvisto, era solita recarsi a pisciare nei poderi). La riluttanza delle classi umili a collaborare con la supposta strega poteva certo mettere in grave difficoltà le sue finanze, non fosse stato per l'aiuto prestatole dal vicino Fiorenzo Gagliarducci: questi avrebbe personalmente provveduto a svolgere tutti i lavori necessari alla manutenzione dei campi: tra questi, forse il più gravoso era ed è tutt'ora la pulizia dei fossi, quelli appunto utilizzati dalla fiola d'Sabati' per le proprie minzioni. In questo senso Gagliarducci avrebbe in seguito riferito ai compaesani di aver dato alla ricca possidente "una botta dove piscia"; alle proteste querule di questi ultimi, che lo tacciavano di collaborazione col demonio, il villico avrebbe semplicemente risposto: "Ma po' sta non polede sta' zitti e bada' a camina'? Sci voa' staade un tanti' più diedro a la cocchia capace vedeade meno streghe...".
Il nobile sforzo del Gagliarducci gli avrebbe poi permesso, sempre per il Lorenz (cfr. V. v. LORENZ, La componente amorosa nell'economia di una regione italiana: il caso marchigiano, Wiener-Neustadt 1966) di far breccia nel cuore dell'ereditiera e di sposarla, dando vita a una nobile schiatta di proprietari terrieri e, molto tempo dopo, autoferrotranvieri.
Infine, qualcuno ha voluto mettere in relazione la formula centromarchigiana con quella inglese, "I'd hit it", molto in voga al momento su internet e in generale fra le giovani generazioni di tutto il mondo. Secondo Voinjiro Salamoto, sociologo nippo-senigalliese autore di Garagoj e meme: l'antico, il moderno e quella santa donna di tua madre (Gradara-Nagoya-Rotterdam 2011), il concetto di "dare una botta", "colpire", sarebbe stato originariamente assorbito dai marinai inglesi e scozzesi di passaggio per il porto di Ancona, e da lì ritrasmesso a tutto il mondo nel loro idioma dominante. Contro questa interpretazione stanno molte voci ascoltate e autorevoli; ma il Salamoto ha recentemente chiarito in un breve pamphlet (E sai quantu cazu me ne frega?, Pietralacroce-Heidelberg 2012) che la cosa lo lascia sostanzialmente indifferente. Resta dunque valida, in linea teorica, anche quest'ultima ipotesi che porterebbe nell'era telematica un pezzo di antica saggezza popolare.
* secca arrostita, magra in maniera impressionante.
** vagina; per estensione, donna di bell'aspetto.
*** Johann Budre, ordinario di Marchigianistica alla Reale Accademia di Studi Superiori di Stoccolma; noto soprattutto per avere inventato la regola per cui - nel gioco detto "tedesca" - il gol realizzato di culo elimina all'istante il portiere trafitto.
**** Albicocca.
lunedì 7 maggio 2012
Magna' su la testa (a qualcu')
Modo di dire ben diffuso in tutta la provincia anconetana, "mangiare in testa a qualcuno" descrive un'immagine di per sé molto precisa ed evocativa, che ha poco bisogno di spiegazioni: evidente che si tratti di un modo per significare una superiorità netta e indiscutibile, che non può venir messa in alcun modo in dubbio e che segna fin da principio l'esito finale di una gara, di un sfida, di uno scontro di qualsiasi genere.
Per fare un esempio che tutti possono chiaramente intendere, un incompetente dirà al proprio amico seduto accanto a lui al tavolino di un baretto di Barbara (AN): "Oh, el sai? A me me sa propio che adè 'n se ne troa 'n antro forte quante Cristiano Ronaldo...". Al che l'amico, volgendo la testa e con un guizzo negli occhi acquosi e bonari che sono gli occhi di tanti marchigiani (già nel loro sguardo si avverte un che di balcanico e di strutturalmente fatalista), risponderà allora verosimilmente: "Ma lassa gi', che Messi je magna su la testa a quelo recchió. Bada a sta' zitto, va', ché fe più bella figura. Que dighi, arbeémo*?".
Simili comparazioni, ovviamente, possono essere svolte anche in ambito più umile e familiare e assai meno competitivo. "He isto? ha sposado el fijo de Mengo! A la moje nna conoscio, prò dice che è birba**". "Io la conoscio: è birba perdéro, Me sa che a lue je magna su la zocca***. Va be' che non ce ole la scienza de Marcó****".
Come l'espressione sia nata e si sia diffusa è questione ampiamente dibattuta. Taluni vogliono che la spiegazione a tale colorita metafora sia da ricercare nel Medioevo, vero momento di formazione e fissazione dell'identità regionale, e in particolare nella ricca tradizione monastica che caratterizza le Marche: capofila di questo schieramento è stato Arvidas Marciulonis, filologo, storico e teologo lituano deportato in Siberia dai bolscevichi nel 1919 dopo aver rifiutato di prestare il proprio pettine a un commissario politico dell'Armata Rossa (solo le insistenze della sinuosa moglie Morositas gli valsero più tardi la grazia). Nella sua squallida baracca nella taiga, grazie anche alla vicinanza e all'incoraggiamento dei compagni di detenzione (un contrabbandiere armeno e un orso polare), Marciulonis ebbe comunque la forza di portare a termine la propria opera più significativa, Da Fra Cazzo da Velletri al Borussia Mõnchengladbach: il contributo del monachesimo alla definizione di un'identità europea. Il ponderoso volume, originariamente vergato con olio d'aringa su carta paglia, conobbe solo edizioni parziali e imprecise; il suo influsso ha comunque valicato i confini statali e i decenni, se è vero che qualcuno ne ha individuato un sentore anche nel riuscito monologo di Josè Mourinho dal titolo Non conosco Lo Monaco (Milano 2009).
Ad ogni modo, per quanto riguarda l'espressione in oggetto, Marciulonis, in questo confortato dal contrabbandiere ma non dall'orso polare, riteneva che essa derivasse da un'antica pratica degli ordini mendicanti: ossia, per testarne la fede e l'umiltà, il priore di una comunità consumava di tanto in tanto i propri pasti sul capo dei novizi, munita a questo scopo di comodo spazio libero (la cosiddetta chierica). In questi casi il superiore sceglieva pietanze particolarmente unte e bollenti - frittata di patate, crostoni con formaggio fuso, zuppe e passati di verdure, polenta, ecc. In ogni caso, assistere a tale trattamento chiariva immediatamente ai testimoni oculari chi fosse il superiore e chi il fraticello; sicché consumare il pasto sul capo di un altro divenne, in breve tempo, simbolo e sinonimo di evidente superiorità. Da qui, per il Marciulonis e per il contrabbandiere, ma non per l'orso polare, la genesi del modo di dire.
Altri (cfr. O. POLARE, Sulle vere origini del folklore marchigiano, Vladivostok 1925) ritengono che la visione quasi umoristica del pranzare in capo a qualcuno nasconda una realtà storica assai più brutale. È cosa nota e risaputa, infatti, che diverse tribù e popoli germanici apparvero a varie riprese nelle Marche: dalle prime discese dei razziatori diretti a Roma, proseguendo poi attraverso i Goti di Totila che si stanziarono a Osimo e i numerosi insediamenti longobardi sparsi per la regione, per finire infine con le tracce del risolutivo intervento dei Franchi, c'è sicura testimonianza di una lunga frequentazione fra le genti marchigiane e quelle popolazioni ancora feroci e barbariche. Non è assurdo, dunque, ipotizzare che il mangiare sulla testa sia il retaggio edulcorato di antiche costumanze, cui i contadini e i borghesi galli e piceni, ormai latinizzati, dovettero assistere con orrore: se tutti ricordano quella Rosmunda che dovette bere nel cranio del proprio padre, spolpato e modellato a guisa di coppa, non c'è motivo di escludere l'esistenza storica di una Rosmunda urbinate o maceratese, costretta a nutrirsi dalle (delle?) membra di chissà quale familiare...
D'altra parte, come suggerisce il linguista ucraino-americano Joe Vinko in un articolo uscito per la Gazzetta del Mezzogiorno al posto della cronaca di Bari-Juve Stabia, se è acuta e condivisibile la teoria del Polare, sussiste comunque anche la possibilità che una tale pratica di umiliazione del corpo del nemico sia stata praticata dai Galli Senoni - noti cacciatori di teste - ben prima dell'arrivo dei cosiddetti barbari, e anzi prima della battaglia del Sentinum (295 a. C.) che doveva dare inizio a otto secoli di dominio romano sulle odierne Marche. I romani, non meno crudeli ma assai meno truci, l'avrebbero anzi abolita. Si veda in ogni caso J. VINKO, Bari e Juve Stabia a braccetto verso la salvezza ne "La Gazzetta del Mezzogiorno", 5 marzo 2012.
Di quella ferocia antica, che sia stata praticata o subita dai marchigiani, o per meglio dire dai loro antenati, non resta oggi che un ricordo esorcizzato; ma, anche dietro l'eufemismo, l'odierno modo di dire conserva quella sicura ed evidente riprova della superiorità di un uomo su altri uomini di cui tanta crudeltà doveva essere una testimonianza piuttosto eloquente.
* Beviamo di nuovo.
** Furba, sveglia.
*** Testa.
**** "La scienza di Marconi", ossia una particolare preparazione e competenza specifica.
Per fare un esempio che tutti possono chiaramente intendere, un incompetente dirà al proprio amico seduto accanto a lui al tavolino di un baretto di Barbara (AN): "Oh, el sai? A me me sa propio che adè 'n se ne troa 'n antro forte quante Cristiano Ronaldo...". Al che l'amico, volgendo la testa e con un guizzo negli occhi acquosi e bonari che sono gli occhi di tanti marchigiani (già nel loro sguardo si avverte un che di balcanico e di strutturalmente fatalista), risponderà allora verosimilmente: "Ma lassa gi', che Messi je magna su la testa a quelo recchió. Bada a sta' zitto, va', ché fe più bella figura. Que dighi, arbeémo*?".
Simili comparazioni, ovviamente, possono essere svolte anche in ambito più umile e familiare e assai meno competitivo. "He isto? ha sposado el fijo de Mengo! A la moje nna conoscio, prò dice che è birba**". "Io la conoscio: è birba perdéro, Me sa che a lue je magna su la zocca***. Va be' che non ce ole la scienza de Marcó****".
Come l'espressione sia nata e si sia diffusa è questione ampiamente dibattuta. Taluni vogliono che la spiegazione a tale colorita metafora sia da ricercare nel Medioevo, vero momento di formazione e fissazione dell'identità regionale, e in particolare nella ricca tradizione monastica che caratterizza le Marche: capofila di questo schieramento è stato Arvidas Marciulonis, filologo, storico e teologo lituano deportato in Siberia dai bolscevichi nel 1919 dopo aver rifiutato di prestare il proprio pettine a un commissario politico dell'Armata Rossa (solo le insistenze della sinuosa moglie Morositas gli valsero più tardi la grazia). Nella sua squallida baracca nella taiga, grazie anche alla vicinanza e all'incoraggiamento dei compagni di detenzione (un contrabbandiere armeno e un orso polare), Marciulonis ebbe comunque la forza di portare a termine la propria opera più significativa, Da Fra Cazzo da Velletri al Borussia Mõnchengladbach: il contributo del monachesimo alla definizione di un'identità europea. Il ponderoso volume, originariamente vergato con olio d'aringa su carta paglia, conobbe solo edizioni parziali e imprecise; il suo influsso ha comunque valicato i confini statali e i decenni, se è vero che qualcuno ne ha individuato un sentore anche nel riuscito monologo di Josè Mourinho dal titolo Non conosco Lo Monaco (Milano 2009).
Ad ogni modo, per quanto riguarda l'espressione in oggetto, Marciulonis, in questo confortato dal contrabbandiere ma non dall'orso polare, riteneva che essa derivasse da un'antica pratica degli ordini mendicanti: ossia, per testarne la fede e l'umiltà, il priore di una comunità consumava di tanto in tanto i propri pasti sul capo dei novizi, munita a questo scopo di comodo spazio libero (la cosiddetta chierica). In questi casi il superiore sceglieva pietanze particolarmente unte e bollenti - frittata di patate, crostoni con formaggio fuso, zuppe e passati di verdure, polenta, ecc. In ogni caso, assistere a tale trattamento chiariva immediatamente ai testimoni oculari chi fosse il superiore e chi il fraticello; sicché consumare il pasto sul capo di un altro divenne, in breve tempo, simbolo e sinonimo di evidente superiorità. Da qui, per il Marciulonis e per il contrabbandiere, ma non per l'orso polare, la genesi del modo di dire.
Altri (cfr. O. POLARE, Sulle vere origini del folklore marchigiano, Vladivostok 1925) ritengono che la visione quasi umoristica del pranzare in capo a qualcuno nasconda una realtà storica assai più brutale. È cosa nota e risaputa, infatti, che diverse tribù e popoli germanici apparvero a varie riprese nelle Marche: dalle prime discese dei razziatori diretti a Roma, proseguendo poi attraverso i Goti di Totila che si stanziarono a Osimo e i numerosi insediamenti longobardi sparsi per la regione, per finire infine con le tracce del risolutivo intervento dei Franchi, c'è sicura testimonianza di una lunga frequentazione fra le genti marchigiane e quelle popolazioni ancora feroci e barbariche. Non è assurdo, dunque, ipotizzare che il mangiare sulla testa sia il retaggio edulcorato di antiche costumanze, cui i contadini e i borghesi galli e piceni, ormai latinizzati, dovettero assistere con orrore: se tutti ricordano quella Rosmunda che dovette bere nel cranio del proprio padre, spolpato e modellato a guisa di coppa, non c'è motivo di escludere l'esistenza storica di una Rosmunda urbinate o maceratese, costretta a nutrirsi dalle (delle?) membra di chissà quale familiare...
D'altra parte, come suggerisce il linguista ucraino-americano Joe Vinko in un articolo uscito per la Gazzetta del Mezzogiorno al posto della cronaca di Bari-Juve Stabia, se è acuta e condivisibile la teoria del Polare, sussiste comunque anche la possibilità che una tale pratica di umiliazione del corpo del nemico sia stata praticata dai Galli Senoni - noti cacciatori di teste - ben prima dell'arrivo dei cosiddetti barbari, e anzi prima della battaglia del Sentinum (295 a. C.) che doveva dare inizio a otto secoli di dominio romano sulle odierne Marche. I romani, non meno crudeli ma assai meno truci, l'avrebbero anzi abolita. Si veda in ogni caso J. VINKO, Bari e Juve Stabia a braccetto verso la salvezza ne "La Gazzetta del Mezzogiorno", 5 marzo 2012.
Di quella ferocia antica, che sia stata praticata o subita dai marchigiani, o per meglio dire dai loro antenati, non resta oggi che un ricordo esorcizzato; ma, anche dietro l'eufemismo, l'odierno modo di dire conserva quella sicura ed evidente riprova della superiorità di un uomo su altri uomini di cui tanta crudeltà doveva essere una testimonianza piuttosto eloquente.
* Beviamo di nuovo.
** Furba, sveglia.
*** Testa.
**** "La scienza di Marconi", ossia una particolare preparazione e competenza specifica.
giovedì 2 febbraio 2012
La sera orsi, la madina arsi
Modo di dire dall'utilizzo chiaramente limitato all'ambito della notte brava, e della seguente risacca, esso - com'è evidente a tutti- trova il suo corrispondente quasi perfetto in italiano nel rozzo detto "Di notte leoni ecc.". Con la differenza, tuttavia, che non solo nella versione marchigiana si utilizza nella prima parte della frase un diverso animale, ma si evita poi la volgarità gratuita e (diciamolo) fastidiosa, ricorrendo invece a un'aggettivazione all'apparenza più neutra e precisa, che ha tuttavia il vantaggio di un'allitterazione non banale.
La formula, non c'è neanche bisogno di specificarlo, si usa fondamentalmente in due occasioni e due contesti: tra ragazzi che scherzino su una loro serata, o che stiano prendendo di mira in particolare un amico che ci è rimasto bozzado, oppure quando è un adulto - uno di quegli adulti gravi e seriosi che ancora esistono in provincia, dove la pornografia dell'eterna giovinezza non ha attecchito come in città - a rivolgersi a un giovane o a più giovani. "Comm'è, oggi 'n te ne a* de beve? O leggera...", dirà perciò un ragazzo rivolgendosi all'amico che fatica a mandar giù una tazza di tè, richiesta al bar del paese in luogo della solita birra. "Ma bada a camina'! Te vara a sto poccialatte**, vole veni' a 'mpara' a beve a me...". "Eh, prò intanto te fe na tisana: que te manca, l'idradazio'? La sera orsi la madina arsi, nn'è ve'?".
Nel caso invece in cui sia un vecchio - lato sensu - a rivolgersi ai ragazzi reduci da un tour de force alcolico o d'altro genere, resi riconoscibili dallo sguardo stanco e dal pallore funereo, non mancherà un minimo di complicità: la stessa connotazione sarcastica ma non derisoria del detto ne prova il fondo di bonarietà. "O munelli, emo vejado stanotte?". "Eh... È cucì...". "V'ho visto da nfra le persiane, stamadina presto, tutti taccadi a le cannelle de la piazza: como se dice, la sera orsi e la madina arsi...". "Eh... È cucì..." chioseranno a quel punto i ragazzi, senza riuscire a trovare nulla di più acuto e intelligente per proseguire il discorso (vedi anche, a questo proposito, F. MORICHINI, La mattina dopo la sera del dì di festa. Dialettica marchigiana in condizioni estreme, Montecassiano 1958).
L'origine del detto non è chiara. Vi sono in effetti almeno due diverse teorie che si scontrano frontalmente. La prima è quella del prof. Crocro dell'Ateneo di Bellinzona-Mendrisio; questi, allievo del Windisch-Grätz ed emulo dei suoi rivoluzionari studi in materia di alimentazione, ritiene che l'arsura evocata nel modo di dire sia un eufemismo che coprirebbe una realtà ben più tragica. Questa avrebbe a che fare con una mitica battuta di caccia, avvenuta nella notte dei tempi o per meglio dire nell'Alto Medioevo, quando l'Europa era ricoperta di nere foreste impenetrabili e le Marche - oggi tanto levigate - non facevano eccezione a tale regola. Per essere più chiari, Crocro sostiene che vi sia stata in quell'epoca dalle parti del Monte Nerone una leggendaria caccia all'orso, cui avrebbero partecipato di sicuro gli esponenti più in vista delle famiglie nobili marchigiane, in particolare di quelle dell'entroterra urbinate (si suggerisce la presenza di un Brancaleoni, di un Ubaldini, di un Montefeltro). Quella caccia sarebbe terminata con l'uccisione di uno o più plantigradi e con l'allestimento di un grande banchetto; ma non sapevano, i tapini (ancorché nobili), che il fegato degli ursidi è velenoso per gli esseri umani: sicché la loro presunzione di voler consumare dei fegatelli come culmine della loro gran cena li portò già durante la notte a un'intossicazione fatale. L'aspetto delle salme, con la pelle consumata e quasi bruciata dalla bomba vitaminica, valse a suggerire l'idea di un'arsura mortale; e la sentenza "La sera orsi la madina arsi" passò ben presto in proverbio (cfr. A. CROCRO, La golosità nei secoli. Per una storia ragionata degli jótti, Lecco 1996, e anche E. BORGOGNONI-TANCREDI, Mortalità accidentale de' nobili della Marca, San Costanzo 1875).
Un'altra ipotesi pone invece la genesi di questo modo di dire ben più addietro nel tempo. Si fa dunque riferimento, in questa tesi particolarmente cara agli storici del linguaggio di scuola germanica, alla ben nota scorreria dei Galli Senoni, ultimi arrivati e più meridionali tra i Celti italiani, i quali all'inizio del IV secolo a. C. giunsero a saccheggiare Roma per poi ritornare nelle loro sedi sull'Appennino marchigiano. È noto da molteplici fonti e esplicitamente ammesso anche dagli storici romani che la battaglia sul fiume Allia, che aprì ai Galli le porte dell'Urbe, fu vinta soprattutto grazie all'inusitato furore e al coraggio sovrumano e incosciente dei guerrieri Senoni, non numerosi né particolarmente dotati di acume tattico.
Secondo alcune interpretazioni di certi passi classici, il furor gallicus che atterrì le legioni era soprattutto quello di certi combattenti vestiti solo di una pelle d'orso, i quali, anche per l'assunzione prima della battaglia di alcune droghe eccitanti e allucinogene, parevano invasati e invulnerabili. Si sa d'altronde che i guerrieri-orso, i cosiddetti berserker, sono una realtà storica accertata nel mondo celtico e germanico; ma la loro prima apparizione in Italia colpì i nemici tanto da sbandarli e portarli alla disfatta.
D'altra parte, è altamente probabile che la maggioranza di quegli "orsi" non sopravvisse alla battaglia, sia per le ferite riportate, sia per le conseguenze venefiche delle sostanze assunte. Il giorno dopo la grande battaglia, perciò, furono innalzate delle grandi pire su cui vennero bruciati i cadaveri dei caduti e, con particolare solennità, quelli dei guerrieri-orso. Il distico "La sera orsi/ la madina arsi" trarrebbe perciò origine da quell'episodio e celebrerebbe quegli eroi che non potevano essere ricordati in altro modo, data l'assenza di complessi monumentali e di simili mausolei nei villaggi gallici. Dopo la conquista romana dell'Ager gallicus e l'assimilazione dei Senoni, la genesi storica della formula e il suo reale significato sarebbero andati perduti; ma quella semplice ed evocativa frase sarebbe invece rimasta nel patrimonio folcloristico delle genti dell'entroterra anconetano, inconsapevoli di rinnovare in quel modo, di tanto in tanto, la propria lontana e gloriosa origine gallica.
Tale interpretazione, diffusa dal linguista tedesco di Boemia Karl-Heinz Kaninchenfresser nel suo Ebbrezza e virilità: le origini guerresche e comunitarie dell'ubriachezza molesta (Nürnberg 1851), fu poi tacciata dalla protofemminista inglese Susan Dishdropper di maschilismo, esaltazione della violenza, nazionalismo germanico e propagandismo di un'idea antica e ingiusta di società. In un suo lungo e articolato saggio, uscito in seguito a Bamberga e concepito come risposta ideale a tali infamanti accuse, il Kaninchenfresser invitò la suffragetta a tornare in cucina. In seguito i due ebbero una relazione che produsse tre figli e un romanzo storico a quattro mani (Lady Godiva, o l'amore al modo degli animali, Norwich 1866).
* Va; la vu intervocalica, nei dialetti marchigiani centrali, è spesso debole e talvolta viene del tutto eliminata.
** "Succhialatte", marmocchio.
La formula, non c'è neanche bisogno di specificarlo, si usa fondamentalmente in due occasioni e due contesti: tra ragazzi che scherzino su una loro serata, o che stiano prendendo di mira in particolare un amico che ci è rimasto bozzado, oppure quando è un adulto - uno di quegli adulti gravi e seriosi che ancora esistono in provincia, dove la pornografia dell'eterna giovinezza non ha attecchito come in città - a rivolgersi a un giovane o a più giovani. "Comm'è, oggi 'n te ne a* de beve? O leggera...", dirà perciò un ragazzo rivolgendosi all'amico che fatica a mandar giù una tazza di tè, richiesta al bar del paese in luogo della solita birra. "Ma bada a camina'! Te vara a sto poccialatte**, vole veni' a 'mpara' a beve a me...". "Eh, prò intanto te fe na tisana: que te manca, l'idradazio'? La sera orsi la madina arsi, nn'è ve'?".
Nel caso invece in cui sia un vecchio - lato sensu - a rivolgersi ai ragazzi reduci da un tour de force alcolico o d'altro genere, resi riconoscibili dallo sguardo stanco e dal pallore funereo, non mancherà un minimo di complicità: la stessa connotazione sarcastica ma non derisoria del detto ne prova il fondo di bonarietà. "O munelli, emo vejado stanotte?". "Eh... È cucì...". "V'ho visto da nfra le persiane, stamadina presto, tutti taccadi a le cannelle de la piazza: como se dice, la sera orsi e la madina arsi...". "Eh... È cucì..." chioseranno a quel punto i ragazzi, senza riuscire a trovare nulla di più acuto e intelligente per proseguire il discorso (vedi anche, a questo proposito, F. MORICHINI, La mattina dopo la sera del dì di festa. Dialettica marchigiana in condizioni estreme, Montecassiano 1958).
L'origine del detto non è chiara. Vi sono in effetti almeno due diverse teorie che si scontrano frontalmente. La prima è quella del prof. Crocro dell'Ateneo di Bellinzona-Mendrisio; questi, allievo del Windisch-Grätz ed emulo dei suoi rivoluzionari studi in materia di alimentazione, ritiene che l'arsura evocata nel modo di dire sia un eufemismo che coprirebbe una realtà ben più tragica. Questa avrebbe a che fare con una mitica battuta di caccia, avvenuta nella notte dei tempi o per meglio dire nell'Alto Medioevo, quando l'Europa era ricoperta di nere foreste impenetrabili e le Marche - oggi tanto levigate - non facevano eccezione a tale regola. Per essere più chiari, Crocro sostiene che vi sia stata in quell'epoca dalle parti del Monte Nerone una leggendaria caccia all'orso, cui avrebbero partecipato di sicuro gli esponenti più in vista delle famiglie nobili marchigiane, in particolare di quelle dell'entroterra urbinate (si suggerisce la presenza di un Brancaleoni, di un Ubaldini, di un Montefeltro). Quella caccia sarebbe terminata con l'uccisione di uno o più plantigradi e con l'allestimento di un grande banchetto; ma non sapevano, i tapini (ancorché nobili), che il fegato degli ursidi è velenoso per gli esseri umani: sicché la loro presunzione di voler consumare dei fegatelli come culmine della loro gran cena li portò già durante la notte a un'intossicazione fatale. L'aspetto delle salme, con la pelle consumata e quasi bruciata dalla bomba vitaminica, valse a suggerire l'idea di un'arsura mortale; e la sentenza "La sera orsi la madina arsi" passò ben presto in proverbio (cfr. A. CROCRO, La golosità nei secoli. Per una storia ragionata degli jótti, Lecco 1996, e anche E. BORGOGNONI-TANCREDI, Mortalità accidentale de' nobili della Marca, San Costanzo 1875).
Un'altra ipotesi pone invece la genesi di questo modo di dire ben più addietro nel tempo. Si fa dunque riferimento, in questa tesi particolarmente cara agli storici del linguaggio di scuola germanica, alla ben nota scorreria dei Galli Senoni, ultimi arrivati e più meridionali tra i Celti italiani, i quali all'inizio del IV secolo a. C. giunsero a saccheggiare Roma per poi ritornare nelle loro sedi sull'Appennino marchigiano. È noto da molteplici fonti e esplicitamente ammesso anche dagli storici romani che la battaglia sul fiume Allia, che aprì ai Galli le porte dell'Urbe, fu vinta soprattutto grazie all'inusitato furore e al coraggio sovrumano e incosciente dei guerrieri Senoni, non numerosi né particolarmente dotati di acume tattico.
Secondo alcune interpretazioni di certi passi classici, il furor gallicus che atterrì le legioni era soprattutto quello di certi combattenti vestiti solo di una pelle d'orso, i quali, anche per l'assunzione prima della battaglia di alcune droghe eccitanti e allucinogene, parevano invasati e invulnerabili. Si sa d'altronde che i guerrieri-orso, i cosiddetti berserker, sono una realtà storica accertata nel mondo celtico e germanico; ma la loro prima apparizione in Italia colpì i nemici tanto da sbandarli e portarli alla disfatta.
D'altra parte, è altamente probabile che la maggioranza di quegli "orsi" non sopravvisse alla battaglia, sia per le ferite riportate, sia per le conseguenze venefiche delle sostanze assunte. Il giorno dopo la grande battaglia, perciò, furono innalzate delle grandi pire su cui vennero bruciati i cadaveri dei caduti e, con particolare solennità, quelli dei guerrieri-orso. Il distico "La sera orsi/ la madina arsi" trarrebbe perciò origine da quell'episodio e celebrerebbe quegli eroi che non potevano essere ricordati in altro modo, data l'assenza di complessi monumentali e di simili mausolei nei villaggi gallici. Dopo la conquista romana dell'Ager gallicus e l'assimilazione dei Senoni, la genesi storica della formula e il suo reale significato sarebbero andati perduti; ma quella semplice ed evocativa frase sarebbe invece rimasta nel patrimonio folcloristico delle genti dell'entroterra anconetano, inconsapevoli di rinnovare in quel modo, di tanto in tanto, la propria lontana e gloriosa origine gallica.
Tale interpretazione, diffusa dal linguista tedesco di Boemia Karl-Heinz Kaninchenfresser nel suo Ebbrezza e virilità: le origini guerresche e comunitarie dell'ubriachezza molesta (Nürnberg 1851), fu poi tacciata dalla protofemminista inglese Susan Dishdropper di maschilismo, esaltazione della violenza, nazionalismo germanico e propagandismo di un'idea antica e ingiusta di società. In un suo lungo e articolato saggio, uscito in seguito a Bamberga e concepito come risposta ideale a tali infamanti accuse, il Kaninchenfresser invitò la suffragetta a tornare in cucina. In seguito i due ebbero una relazione che produsse tre figli e un romanzo storico a quattro mani (Lady Godiva, o l'amore al modo degli animali, Norwich 1866).
* Va; la vu intervocalica, nei dialetti marchigiani centrali, è spesso debole e talvolta viene del tutto eliminata.
** "Succhialatte", marmocchio.
mercoledì 25 gennaio 2012
Ce senti, cerqua?
Se si vuol trovare un albero peculiare e archetipico del paesaggio marchigiano, in grado di diventarne un simbolo come il cipresso lo è della Toscana o il pioppo della Lombardia padana, allora la scelta dovrà invariabilmente ricadere sulla quercia. Questa, presente in fitti boschi ai margini delle zone montane o isolata e maestosa sul ciglio delle strade provinciali, incarna in un certo qual modo un'idea antica ma ancora attuale di marchigianità (anche come fornitrice di ghianda necessaria all'allevamento del maiale, l'antico Salvatore che permetteva alle famiglie contadine di passare l'inverno). Non stupisce dunque che, avendo tale importanza nel panorama reale e simbolico, abbia finito per guadagnare un ruolo anche nell'immaginario dei marchigiani e in uno dei loro detti tipici.
Esso, molto marchigianamente, è un inno alla tenacia e all'ostinazione; più precisamente, la formula coglie e sottolinea il momento in cui lo sforzo prolungato viene infine premiato. Questo è simboleggiato, e non poteva essere altrimenti, dalla sottomissione della quercia; perfino l'imperturbabile e secolare quercia deve alla fine accorgersi dell'impegno continuato, e per certi versi cieco e animalesco, del contadino marchigiano (o del suo discendente).
La formula si utilizza quindi per chiosare un tentativo lungo e faticoso, quando viene finalmente coronato dal successo. In origine lo si impiegava in maniera specifica in relazione a uno sforzo violento o comunque fisico: la forzatura di una serratura in un capanno di campagna, ad esempio, quando l'uomo sudato esclamava soddisfatto "Ce senti, cerqua?", osservando la porta di lamiera aperta a forza di scossoni e di Arcamadò più o meno sussurrati. In seguito, il modo di dire si è allargato a sforzi anche metaforici e perfino preventivi: "Oh, duma' el professore de fisiga ha 'etto che interroga su nigò*; e quello è tristo...". "Me fa na sega. Io ho studiado tutto el programma e so' gido a 'rvarda'** pure la robba de anno***. Ce senti, cerqua?".
Le origini del detto, ad ogni modo, sono avvolte nel mistero. Una possibile spiegazione, fornita dall'antropologo sanmarinese Febo Maria Graffiedi, chiama in causa un certo Alessandro Tomassini, vissuto a Montenovo (ora Ostra Vetere) nel XVIII secolo e famoso per la capigliatura folta e riccia, di cui, con un moto di anacronistica negritudine, il Tomassini andava fierissimo. Per i folti boccoli che gli ricadevano in fitta schiera ai lati della testa, egli era perciò detto "Cerqua" (cfr. F. M. GRAFFIEDI, Persone che somigliano a cose: miti e riti di un'appartenenza dibattuta, Verghereto 2009). Pare dunque che nella primavera del 1749, il giorno di San Giorgio, Tomassini avesse deciso di recarsi in paese a bere qualcosa all'osteria, stanco per una lunga mattinata di lavoro nei campi. Il caso volle, tuttavia, che il Cerqua si trovasse a percorrere per entrare a Montenovo la stessa strada che quel giorno doveva accogliere il vescovo di Senigallia, in visita nella diocesi; sicché Tomassini lasciò le sue impronte terrose sulla via coperta di petali e di tappeti, giungendo anche a utilizzare certi festoni vegetali per pulirsi le rozze calzature incrostate di fango. Le sue azioni - dettate non da anticlericalismo, ma da completa dimenticanza di quella visita - furono però notate dal birro Fratesi Giovanni, il quale cominciò a urlare da lontano in direzione del Cerqua: "Càvvede da la strada, ciambotto! Non el sai che 'rria el vescovo? E sgràscede**** lì casa, sci t'hai da sgrascià...". A questo e altri inviti altrettanto accorati e coloriti, tuttavia, Tomassini non rispose, perché la sua foltissima capigliatura gli premeva sulle orecchie per effetto del sudore e gli impediva di udire alcunché. Per questo motivo la guardia fu alla fine costretta a prendere la rincorsa e a ribaltare con una spallata il villico distratto, rovesciandolo dolorante in un fosso. Gli abitanti del paese e le vecchie più devote mormorarono perciò, commentando l'episodio: "Ce senti, Cerqua?" (si legga la testimonianza dell'Abate Calbini, in La visita pastorale di Sua Eminenza Monsignor Puppa, la prodigiosa mongana del signor Morbidelli, agricoltore, e altri eventi poco o affatto interessanti che si haverono in Montenovo l'anno appena passato, Vaccarile di Montalboddo 1750). Dopo di allora, l'accaduto si trasformò in aneddoto e divenne proverbiale, varcando ben presto i ristretti confini comunali.
Contro questa interpretazione, giudicata meccanicistica e pretestuosa, si pone la riscoperta della figura ben più peculiare e notevole di Curzio Patrignani, imprenditore agricolo illuminato e musicista di buon livello. Questi, dopo aver studiato al Conservatorio di Pesaro e aver fatto parte per un certo periodo dei Wiener Philarmoniker (poi abbandonati perché "non faceva in tempo ad andare a chiudere gli animali": cfr. H. KAMERADEN, Was machst du, verdammte Sau? Spiel weiter!, in AA. VV., Kleine Geschichte der österreichischen Musik, Untersiebenbrunn 1966), si ritirò dalle parti di Acquasanta di Jesi dove provò ad impiantare una "fattoria creativa": tra le altre cose, egli teorizzò l'importanza della musica nel favorire la crescita delle colture e il buon carattere degli animali. Per questo motivo, egli riuniva ogni pomeriggio gli animali da cortile sull'aia intorno alla grande quercia, e poi cominciava a suonare il violino per una buona mezz'ora. Il caso volle che una sera si appoggiassero alla staccionata della sua proprietà anche due mezzadri di ritorno dal lavoro, per ascoltare il concerto. Dopo qualche minuto di note ad esso incomprensibili, il grosso guerre***** Johann Sebastian preferì lanciarsi contro la quercia e farne cadere una grandine di ghiande. I due contadini, coperti dall'albero stesso, non videro il maiale e notarono con stupore che la musica aveva fatto cadere le ghiande: "He isto?" si dissero dunque - sgomenti - i due: "La cerqua ha 'nteso!".
Purtroppo il terreno nella zona a nord di Jesi, com'è noto, è argilloso; questo rendeva poco probabile una qualsiasi crescita miracolosa delle piante, il che si ripercuoteva a sua volta sul morale delle bestie. In effetti in seguito Tomassini si arruolò come primo sassofonista nella Legione Straniera, per cadere con lo strumento in mano a Dien Bien Phu; il che avrebbe reso la sua memoria ancora più mitica e venerata, contribuendo peraltro a diffondere i racconti relativi alla sua vita, e tra questi l'incredibile episodio della quercia "udente".
Infine, lo storico e linguista croato Damir Petkuraca, valente studioso delle cose adriatiche, propone una sua spiegazione tutta particolare: a suo giudizio, infatti (si veda: D. PETKURACA, Du ello? Vara sci sta' lì de ó. Misteri e stranezze nelle Marche pre-industriali, Traghetto Ancona-Spalato 1989), l'apparente nonsense dell'espressione nasconderebbe un codice. Per l'esattezza, domandando "Ce senti cerqua?" a Malvina Lillini, coniugata Ubaldi, il playboy rurale Alfio Mastrucci avrebbe in realtà inteso "Ce se' nte [la] cerqua?": la donna, infatti, era usa nascondersi tra le fronde di un albero ai confini del proprio terreno per attendere l'arrivo del proprio ganzo...
In seguito, questa ipotesi sarebbe stata giudicata improbabile e sistematicamente demolita da studi successivi; lo stesso Petkuraca, interrogato a proposito alla Sagra degli Asparagi di Avacelli, ammise senza difficoltà che al momento di scrivere il volume era ubriaco "como na toppa". La querelle tra professoroni, peraltro, si sarebbe chiusa quella sera stessa con l'offerta da parte del Petkuraca di diverse bottiglie di vino buono.
* Tutto.
** Riguardare.
*** L'anno scorso.
**** Pulisciti.
***** Maiale castrato.
Esso, molto marchigianamente, è un inno alla tenacia e all'ostinazione; più precisamente, la formula coglie e sottolinea il momento in cui lo sforzo prolungato viene infine premiato. Questo è simboleggiato, e non poteva essere altrimenti, dalla sottomissione della quercia; perfino l'imperturbabile e secolare quercia deve alla fine accorgersi dell'impegno continuato, e per certi versi cieco e animalesco, del contadino marchigiano (o del suo discendente).
La formula si utilizza quindi per chiosare un tentativo lungo e faticoso, quando viene finalmente coronato dal successo. In origine lo si impiegava in maniera specifica in relazione a uno sforzo violento o comunque fisico: la forzatura di una serratura in un capanno di campagna, ad esempio, quando l'uomo sudato esclamava soddisfatto "Ce senti, cerqua?", osservando la porta di lamiera aperta a forza di scossoni e di Arcamadò più o meno sussurrati. In seguito, il modo di dire si è allargato a sforzi anche metaforici e perfino preventivi: "Oh, duma' el professore de fisiga ha 'etto che interroga su nigò*; e quello è tristo...". "Me fa na sega. Io ho studiado tutto el programma e so' gido a 'rvarda'** pure la robba de anno***. Ce senti, cerqua?".
Le origini del detto, ad ogni modo, sono avvolte nel mistero. Una possibile spiegazione, fornita dall'antropologo sanmarinese Febo Maria Graffiedi, chiama in causa un certo Alessandro Tomassini, vissuto a Montenovo (ora Ostra Vetere) nel XVIII secolo e famoso per la capigliatura folta e riccia, di cui, con un moto di anacronistica negritudine, il Tomassini andava fierissimo. Per i folti boccoli che gli ricadevano in fitta schiera ai lati della testa, egli era perciò detto "Cerqua" (cfr. F. M. GRAFFIEDI, Persone che somigliano a cose: miti e riti di un'appartenenza dibattuta, Verghereto 2009). Pare dunque che nella primavera del 1749, il giorno di San Giorgio, Tomassini avesse deciso di recarsi in paese a bere qualcosa all'osteria, stanco per una lunga mattinata di lavoro nei campi. Il caso volle, tuttavia, che il Cerqua si trovasse a percorrere per entrare a Montenovo la stessa strada che quel giorno doveva accogliere il vescovo di Senigallia, in visita nella diocesi; sicché Tomassini lasciò le sue impronte terrose sulla via coperta di petali e di tappeti, giungendo anche a utilizzare certi festoni vegetali per pulirsi le rozze calzature incrostate di fango. Le sue azioni - dettate non da anticlericalismo, ma da completa dimenticanza di quella visita - furono però notate dal birro Fratesi Giovanni, il quale cominciò a urlare da lontano in direzione del Cerqua: "Càvvede da la strada, ciambotto! Non el sai che 'rria el vescovo? E sgràscede**** lì casa, sci t'hai da sgrascià...". A questo e altri inviti altrettanto accorati e coloriti, tuttavia, Tomassini non rispose, perché la sua foltissima capigliatura gli premeva sulle orecchie per effetto del sudore e gli impediva di udire alcunché. Per questo motivo la guardia fu alla fine costretta a prendere la rincorsa e a ribaltare con una spallata il villico distratto, rovesciandolo dolorante in un fosso. Gli abitanti del paese e le vecchie più devote mormorarono perciò, commentando l'episodio: "Ce senti, Cerqua?" (si legga la testimonianza dell'Abate Calbini, in La visita pastorale di Sua Eminenza Monsignor Puppa, la prodigiosa mongana del signor Morbidelli, agricoltore, e altri eventi poco o affatto interessanti che si haverono in Montenovo l'anno appena passato, Vaccarile di Montalboddo 1750). Dopo di allora, l'accaduto si trasformò in aneddoto e divenne proverbiale, varcando ben presto i ristretti confini comunali.
Contro questa interpretazione, giudicata meccanicistica e pretestuosa, si pone la riscoperta della figura ben più peculiare e notevole di Curzio Patrignani, imprenditore agricolo illuminato e musicista di buon livello. Questi, dopo aver studiato al Conservatorio di Pesaro e aver fatto parte per un certo periodo dei Wiener Philarmoniker (poi abbandonati perché "non faceva in tempo ad andare a chiudere gli animali": cfr. H. KAMERADEN, Was machst du, verdammte Sau? Spiel weiter!, in AA. VV., Kleine Geschichte der österreichischen Musik, Untersiebenbrunn 1966), si ritirò dalle parti di Acquasanta di Jesi dove provò ad impiantare una "fattoria creativa": tra le altre cose, egli teorizzò l'importanza della musica nel favorire la crescita delle colture e il buon carattere degli animali. Per questo motivo, egli riuniva ogni pomeriggio gli animali da cortile sull'aia intorno alla grande quercia, e poi cominciava a suonare il violino per una buona mezz'ora. Il caso volle che una sera si appoggiassero alla staccionata della sua proprietà anche due mezzadri di ritorno dal lavoro, per ascoltare il concerto. Dopo qualche minuto di note ad esso incomprensibili, il grosso guerre***** Johann Sebastian preferì lanciarsi contro la quercia e farne cadere una grandine di ghiande. I due contadini, coperti dall'albero stesso, non videro il maiale e notarono con stupore che la musica aveva fatto cadere le ghiande: "He isto?" si dissero dunque - sgomenti - i due: "La cerqua ha 'nteso!".
Purtroppo il terreno nella zona a nord di Jesi, com'è noto, è argilloso; questo rendeva poco probabile una qualsiasi crescita miracolosa delle piante, il che si ripercuoteva a sua volta sul morale delle bestie. In effetti in seguito Tomassini si arruolò come primo sassofonista nella Legione Straniera, per cadere con lo strumento in mano a Dien Bien Phu; il che avrebbe reso la sua memoria ancora più mitica e venerata, contribuendo peraltro a diffondere i racconti relativi alla sua vita, e tra questi l'incredibile episodio della quercia "udente".
Infine, lo storico e linguista croato Damir Petkuraca, valente studioso delle cose adriatiche, propone una sua spiegazione tutta particolare: a suo giudizio, infatti (si veda: D. PETKURACA, Du ello? Vara sci sta' lì de ó. Misteri e stranezze nelle Marche pre-industriali, Traghetto Ancona-Spalato 1989), l'apparente nonsense dell'espressione nasconderebbe un codice. Per l'esattezza, domandando "Ce senti cerqua?" a Malvina Lillini, coniugata Ubaldi, il playboy rurale Alfio Mastrucci avrebbe in realtà inteso "Ce se' nte [la] cerqua?": la donna, infatti, era usa nascondersi tra le fronde di un albero ai confini del proprio terreno per attendere l'arrivo del proprio ganzo...
In seguito, questa ipotesi sarebbe stata giudicata improbabile e sistematicamente demolita da studi successivi; lo stesso Petkuraca, interrogato a proposito alla Sagra degli Asparagi di Avacelli, ammise senza difficoltà che al momento di scrivere il volume era ubriaco "como na toppa". La querelle tra professoroni, peraltro, si sarebbe chiusa quella sera stessa con l'offerta da parte del Petkuraca di diverse bottiglie di vino buono.
* Tutto.
** Riguardare.
*** L'anno scorso.
**** Pulisciti.
***** Maiale castrato.
giovedì 22 dicembre 2011
Straccamerigge
Nel colorito pantheon dei modi di dire marchigiani, e dunque nella maniera in cui in questa regione si descrive il mondo percepito, la figura dello straccamerigge spicca per una sua particolarità: costui non è infatti definito e individuato per una presenza (per ciò che fa, per come lo fa), bensì per un'assenza. Lo straccamerigge è infatti colui che non fa assolutamente nulla, colui che parte con l'intenzione programmatica di non compiere alcunché di utile e in generale di non attivarsi in alcun modo.
Il nome, di delicata poesia, spiega già tutto. Se stracca' significa infatti, come tutti intendono, "stancare", la meriggia, con curiosa traslazione semantica dal suo originale significato di "ora di mezzogiorno", indica invece il luogo coperto, fresco, in cui semmai ripararsi dal sole estivo a picco, che brucia la pelle e la cervice del povero contadino. Quest'ultimo, non a caso, brama perpetuamente il momento del riposo da trascorrere "sotta la meriggia", cioè all'ombra; tanto che quest'ultima espressione è diventata anch'essa proverbiale e diffusissima tra i marchigiani, quasi si trattasse di un piccolo spaccato di godimento metà epicureo e metà rurale (abbiamo già visto in altri casi, d'altronde, come le Marche siano in sostanza un incontro tra civiltà classica e realtà contadina, e come i due mondi si compenetrino de facto inestricabilmente).
In un mondo regolato dai ritmi della fatica, chi si sottrae ad essa e resta più del lecito all'ombra - appunto sotta la meriggia - si segnala rapidamente; gli altri si domandano che fine abbia fatto e ben presto lo identificano come lavativo ("Du ello* adè? Non el sa che emo da arpia' 'l fadigo?". "Du voi che ello... È armasto lì la pergola, a beve 'l vi' e a badurlasse**". "Arca mado', è propio no straccamerigge"). L'origine etimologica sembra dunque ben chiara: chi trascina l'ombra del giorno ben oltre il lecito, fino assurdamente a stancarla, è con tutta evidenza colui che si sottrae al dovere e mette gli altri in condizione di dover lavorare anche per lui. Si confronti comunque l'ampia trattazione del lemma in A. KNICKERBOCKER-MASSACCESI, Etica calvinista sto cazzo: assenteismo e fuga dal lavoro nella prima Età Moderna, Albany 1992.
Vi sono tuttavia ipotesi discordanti. Il Po Di Goro (Massimo Vincenzo Po Di Goro, classicista dell'Università di Bologna e fiero rivale del Pascoli all'epoca dei suoi trionfi nei certamen di poesia latina) ritiene infatti che l'espressione giunga da ben più lontano e, per così dire, da più sotto. Il primigenio straccamerigge sarebbe, a suo parere (vedi M. V. PO DI GORO, Giove, governo ladro: lasciti classici nella tradizione popolare, San Giovanni in Persiceto 1908), nient'altro che il musico e poeta Orfeo. Questi, com'è noto, entrò da vivo nell'Ade e ne uscì con la sua amata Euridice, pur perdendola poi a un passo dalla salvezza. Ma come poté domare le anime dei morti? Come seppe rabbonirle? A questa domanda Po Di Goro risponde che Orfeo fece ciò con la musica e il canto, intrattenendo le ombre fino a stancarle e distrarle: da qui la prima versione dello straccamerigge, evidentemente ancora positiva e degna di ammirazione. In seguito, essendo Orfeo comunque un musicista e un cantore errante, e dunque un vagabondo, finì per prevalere invece l'associazione tra straccamerigge e nullafacenti (come ben mostra lo studioso Oscar Luigi Cicinho nel suo ponderoso Musicisti, giocolieri e mangiafuochi nel paesaggio urbano marchigiano: inutili o dannosi?, Carpegna 1997).
Una ulteriore ipotesi è stata ventilata di recente a un grande convegno con grigliata finale, tenutosi sulla spiaggia di Mezzavalle e terminato tra le bestemmie per la difficoltà di riportare su tutta quell'attrezzatura fino alla strada provinciale soprastante. In quell'occasione, fra il vivo interesse dei bagnanti, il prof. Wunder dell'Università di Berna affermò che lo straccamerigge fosse da identificare con la figura storica di Enrico Stracca-Merigge, fratello del notissimo giurista anconetano Benvenuto Stracca e progenitore del ramo cadetto della famiglia. Questi - intendiamo Enrico, o Righetu - si contrapponeva all'attivismo intellettuale e alla grande produzione del fratello, vero riformatore del diritto marittimo e inventore del diritto commerciale con i suoi fondamentali De Mercatura e De assicurationibus; si contrapponeva, dicevamo, restando semplicemente fermo, intento solo a mangiare crostacei in porchetta, senza che valessero a distrarlo i richiami del fratello o i drammatici eventi storici, quali la caduta della Repubblica di Ancona nel 1532. Pare tuttavia, ma non vi sono conferme, che proprio in quell'occasione Enrico Stracca-Merigge trovò la morte, quando si rivolse a un gruppo di armigeri pontifici con un sonoro "E nun me rompé i cujoni mentre che cago! O babaloni!". Quelli, sembra, si offesero e ne fecero un secondo Archimede, vittima della propria arte e concentrazione. Si leggano W. WUNDER, Stracca-Merigge: un ritratto, Monte San Vito-Schaffhausen 2004, nonché E. BRUGIAMOLINI, Misfatti papali nella Marca di Ancona, Strettura di Spoleto 1913.
Quale che sia la verità, è certo che Stracca-Merigge non fece in tempo e non ebbe mai voglia di raccogliere la propria saggezza; restano piccoli echi di lui solo in trattati specifici (cfr. AA. VV., El deritu comerciale e la cocchia de tu madre: giuristi dorici dal Medioevo a piazza Ugo Bassi, Ancona 1959). Il popolo, però, deve aver conservato il ricordo della sua luminosa figura fino a farne l'archetipo dello sfaccendato.
Altri, infine, obiettano a questa chiave di lettura affermando che straccamerigge è un termine di etimo più montano e contadino che anconetano e marinaro, e mettono semmai l'accento sulla possibile condivisione del lemma tra Marche e altre zone del centro Italia; non a caso, si sostiene, Eugenio Montale nel suo periodo giovanile e d'impronta stilnovista volle utilizzare il verbo "meriggiare" nella sua ben nota descrizione dell'ozio poetico postprandiale.
In ogni caso, qualunque sia la verità sulla provenienza del termine, esso si inserisce perfettamente - come proverbiale eccezione che conferma la regola - nel mondo marchigiano classico. Quest'ultimo, infatti, è costituito nella sostanza da una discendenza contadina, ossia in un'organizzazione in opere e ore e giorni, per parafrasare Esiodo; in questo senso, chi si attarda nell'ora meridiana sotto l'ombra rientra perfettamente, pur fuggendone, in questa civiltà. Dall'altro lato, quello della forma, abbiamo già più volte denunciato il gusto del sarcastico e del surreale che caratterizza l'indole marchigiana: e l'idea di uno in grado di stancare le ombre ci pare rientrare a pieno titolo in questa passione regionale.
* Dov'è.
** Perder tempo senza costrutto.
Il nome, di delicata poesia, spiega già tutto. Se stracca' significa infatti, come tutti intendono, "stancare", la meriggia, con curiosa traslazione semantica dal suo originale significato di "ora di mezzogiorno", indica invece il luogo coperto, fresco, in cui semmai ripararsi dal sole estivo a picco, che brucia la pelle e la cervice del povero contadino. Quest'ultimo, non a caso, brama perpetuamente il momento del riposo da trascorrere "sotta la meriggia", cioè all'ombra; tanto che quest'ultima espressione è diventata anch'essa proverbiale e diffusissima tra i marchigiani, quasi si trattasse di un piccolo spaccato di godimento metà epicureo e metà rurale (abbiamo già visto in altri casi, d'altronde, come le Marche siano in sostanza un incontro tra civiltà classica e realtà contadina, e come i due mondi si compenetrino de facto inestricabilmente).
In un mondo regolato dai ritmi della fatica, chi si sottrae ad essa e resta più del lecito all'ombra - appunto sotta la meriggia - si segnala rapidamente; gli altri si domandano che fine abbia fatto e ben presto lo identificano come lavativo ("Du ello* adè? Non el sa che emo da arpia' 'l fadigo?". "Du voi che ello... È armasto lì la pergola, a beve 'l vi' e a badurlasse**". "Arca mado', è propio no straccamerigge"). L'origine etimologica sembra dunque ben chiara: chi trascina l'ombra del giorno ben oltre il lecito, fino assurdamente a stancarla, è con tutta evidenza colui che si sottrae al dovere e mette gli altri in condizione di dover lavorare anche per lui. Si confronti comunque l'ampia trattazione del lemma in A. KNICKERBOCKER-MASSACCESI, Etica calvinista sto cazzo: assenteismo e fuga dal lavoro nella prima Età Moderna, Albany 1992.
Vi sono tuttavia ipotesi discordanti. Il Po Di Goro (Massimo Vincenzo Po Di Goro, classicista dell'Università di Bologna e fiero rivale del Pascoli all'epoca dei suoi trionfi nei certamen di poesia latina) ritiene infatti che l'espressione giunga da ben più lontano e, per così dire, da più sotto. Il primigenio straccamerigge sarebbe, a suo parere (vedi M. V. PO DI GORO, Giove, governo ladro: lasciti classici nella tradizione popolare, San Giovanni in Persiceto 1908), nient'altro che il musico e poeta Orfeo. Questi, com'è noto, entrò da vivo nell'Ade e ne uscì con la sua amata Euridice, pur perdendola poi a un passo dalla salvezza. Ma come poté domare le anime dei morti? Come seppe rabbonirle? A questa domanda Po Di Goro risponde che Orfeo fece ciò con la musica e il canto, intrattenendo le ombre fino a stancarle e distrarle: da qui la prima versione dello straccamerigge, evidentemente ancora positiva e degna di ammirazione. In seguito, essendo Orfeo comunque un musicista e un cantore errante, e dunque un vagabondo, finì per prevalere invece l'associazione tra straccamerigge e nullafacenti (come ben mostra lo studioso Oscar Luigi Cicinho nel suo ponderoso Musicisti, giocolieri e mangiafuochi nel paesaggio urbano marchigiano: inutili o dannosi?, Carpegna 1997).
Una ulteriore ipotesi è stata ventilata di recente a un grande convegno con grigliata finale, tenutosi sulla spiaggia di Mezzavalle e terminato tra le bestemmie per la difficoltà di riportare su tutta quell'attrezzatura fino alla strada provinciale soprastante. In quell'occasione, fra il vivo interesse dei bagnanti, il prof. Wunder dell'Università di Berna affermò che lo straccamerigge fosse da identificare con la figura storica di Enrico Stracca-Merigge, fratello del notissimo giurista anconetano Benvenuto Stracca e progenitore del ramo cadetto della famiglia. Questi - intendiamo Enrico, o Righetu - si contrapponeva all'attivismo intellettuale e alla grande produzione del fratello, vero riformatore del diritto marittimo e inventore del diritto commerciale con i suoi fondamentali De Mercatura e De assicurationibus; si contrapponeva, dicevamo, restando semplicemente fermo, intento solo a mangiare crostacei in porchetta, senza che valessero a distrarlo i richiami del fratello o i drammatici eventi storici, quali la caduta della Repubblica di Ancona nel 1532. Pare tuttavia, ma non vi sono conferme, che proprio in quell'occasione Enrico Stracca-Merigge trovò la morte, quando si rivolse a un gruppo di armigeri pontifici con un sonoro "E nun me rompé i cujoni mentre che cago! O babaloni!". Quelli, sembra, si offesero e ne fecero un secondo Archimede, vittima della propria arte e concentrazione. Si leggano W. WUNDER, Stracca-Merigge: un ritratto, Monte San Vito-Schaffhausen 2004, nonché E. BRUGIAMOLINI, Misfatti papali nella Marca di Ancona, Strettura di Spoleto 1913.
Quale che sia la verità, è certo che Stracca-Merigge non fece in tempo e non ebbe mai voglia di raccogliere la propria saggezza; restano piccoli echi di lui solo in trattati specifici (cfr. AA. VV., El deritu comerciale e la cocchia de tu madre: giuristi dorici dal Medioevo a piazza Ugo Bassi, Ancona 1959). Il popolo, però, deve aver conservato il ricordo della sua luminosa figura fino a farne l'archetipo dello sfaccendato.
Altri, infine, obiettano a questa chiave di lettura affermando che straccamerigge è un termine di etimo più montano e contadino che anconetano e marinaro, e mettono semmai l'accento sulla possibile condivisione del lemma tra Marche e altre zone del centro Italia; non a caso, si sostiene, Eugenio Montale nel suo periodo giovanile e d'impronta stilnovista volle utilizzare il verbo "meriggiare" nella sua ben nota descrizione dell'ozio poetico postprandiale.
In ogni caso, qualunque sia la verità sulla provenienza del termine, esso si inserisce perfettamente - come proverbiale eccezione che conferma la regola - nel mondo marchigiano classico. Quest'ultimo, infatti, è costituito nella sostanza da una discendenza contadina, ossia in un'organizzazione in opere e ore e giorni, per parafrasare Esiodo; in questo senso, chi si attarda nell'ora meridiana sotto l'ombra rientra perfettamente, pur fuggendone, in questa civiltà. Dall'altro lato, quello della forma, abbiamo già più volte denunciato il gusto del sarcastico e del surreale che caratterizza l'indole marchigiana: e l'idea di uno in grado di stancare le ombre ci pare rientrare a pieno titolo in questa passione regionale.
* Dov'è.
** Perder tempo senza costrutto.
venerdì 16 dicembre 2011
Fasse magna' 'l cazzo da le mosche
Tra le più suggestive e notevoli formule proverbiali tuttora in uso nelle Marche, "farsi mangiare il cazzo dalle mosche" vale perdere un'occasione, restare di stucco ovvero con un palmo di naso; essa indica cioè la situazione di chi ha avuto un'opportunità e l'ha perduta, normalmente per eccesso di prudenza o per incapacità di decidere e di agire piuttosto che per un difetto nell'azione o per mancanze intrinseche. In altre parole, chi si fa mangiare il cazzo dalle mosche è uno che poteva tranquillamente raggiungere il traguardo prefissato: solo che s'è fermato, a un certo punto della sua rincorsa, e ha mancato per questo - a causa di un improvviso timore o di una costante accidia - di cogliere un frutto maturo e appetitoso che stava lì, poco più in là del braccio.
L'espressione si utilizza in una vasta gamma di situazioni e con intento sia descrittivo di un avvenimento ormai passato, sia a mo' di sprone per il futuro. Nel primo caso, ben si attaglia alla rievocazione di una partita andata storta; per esempio: "Non te crede, ché lora n'era brai pi gnè, sicché è rmasti diedro e ce spettaa; ma no' nvece de gi' ó* semo stadi tutto 'l tempo a sfregnetta' e alla fine se semo fatti magna' el cazzo da le mosche" (non credere chissà che: gli altri erano scarsi, perciò stavano rintanati dietro ad aspettarci; ma noi, invece di andare avanti, abbiamo perso tempo in giochetti e alla fine ci siamo trovati con un palmo di naso). Oppure, per citare un altro ambito caro ai più, un ragazzo dirà al proprio amico: "Ma pò sta' [può essere] nn'a vedi quella como te vara? Vacce a discorre, camina, que stae chi [a che pro resti qui] a fatte magna' 'l cazzo da le mosche?".
Benché si tiri in ballo prepotentemente l'organo sessuale maschile, non sfuggirà agli osservatori più attenti e acuti che la relazione logica e il tipo di ragionamento cui ci si richiama non è sessuale, o non lo è immediatamente e primariamente; è semmai alla fertilità e alla discendenza che si rinuncia lasciando che il proprio pene venga utilizzato come cibo per insetti, e non semplicemente a un coito (che, anzi, non è affatto prefigurato dalla locuzione). In senso traslato ma chiarissimo, dunque, si dipinge come sterile e incapace di produrre alcun tipo di conseguenza positiva una scelta, o piuttosto una mancanza di scelte, attribuita a colui che si vuol censurare con la colorita formula.
Sia quel sia, per spiegare la genesi storica dell'espressione è stato proposto da vari studiosi (tra gli altri, cfr. O. LAINZ, Monachesimo e omosessualità nell'alto Medioevo centroitalico, Köln 1904 e M. N. MININNI, Deus non vult: fiche schiaffeggiate e altri atti di vera fede, Mantova 1923) che si debba risalire alla nota vicenda dell'eremita Medoro, vissuto nel IV secolo dell'era cristiana. Costui, un uomo irsuto, peloso e scostante, come tale amatissimo dalle donne, si era ritirato a cercare l'ascesi in certi territori brulli e inospitali tra Sassoferrato (AN) e Pergola (PU). Qui, nel suo umilissimo cenobio condiviso con una famiglia di panacace**, veniva ogni giorno a trovarlo la nobildonna romana Livia Ingrifata Maxuma, la quale aggiungeva ai cesti di cibo e alle espressioni di ammirazione per la fede dell'anacoreta evidenti profferte sessuali (approfittando della permanenza in Arabia del marito, impegnato a combattere il tiranno Sorbetto alla testa della XXXII Legio "Solaris sed demens"). Impossibilitato ad accogliere tali profferte, ma non volendo d'altronde offendere le chiome corvine e gli occhi appassionati della matrona, Medoro non diceva nulla e restava soltanto sulla sua rupe, nudo e coperto di peli e sporco incrostato (la cosiddetta "susta").
Un bel giorno, tuttavia, proprio all'orario della visita di Livia, il cielo estivo si oscurò e ne calarono sciami e sciami di insetti mai visti prima: erano i giganteschi e voracissimi mosconi aramaici, costretti a lasciare le proprie sedi usuali dalla guerra tra il despota Sorbetto e i Romani, che aveva consumato e distrutto i raccolti. Le mosche circondarono perciò il malcapitato Medoro, attratte dalla sua nudità, e ne straziarono le parti molli; pochi minuti dopo quello che si ergeva di fronte a Livia era un uomo privo di genere, in un certo senso. "He isto dé [quanto] sae stado brao?" chiosò dunque la donna, "A la fine te s'ha magnado el cazzo le mosche. Te mpara a non risponde né scì né no, e a me a perde tempo cui ciambotti". Da parte sua Medoro interpretò l'avvenimento come un segno della volontà di Dio; più tardi, tuttavia, perse la fede e aprì uno spaccetto di panini miele e porcospino al passo di Scheggia. Si veda anche, a questo proposito, E. GRISTOSANTO (a cura di), Le tavole calde eugubine, Sant'Angelo in Vado 1960.
Studi più recenti pongono invece l'accento su una vicenda risalente ai primi anni del secolo scorso, quando nei pressi della frazione di Castelrosino di Jesi viveva la giovane coppia formata da Milia Ceppi e dal marito Nicola Piersantelli; costui, brav'uomo sotto tutti i punti di vista, era però affetto da una gravissima e quasi patologica forma di distrazione. Pare dunque che nella calda estate del 1908, in una mattinata afosa e priva di lavori agricoli, la giovane sposa abbia manifestato una pressante volontà di fare l'amore. Il buon Piersantelli avrebbe replicato che sì, ne aveva voglia anche lui; gli desse solo un minuto per andare al campo a pisciare (all'epoca, com'è noto, non esistevano i moderni servizi). Solo che, distratto come al solito, questi rimase cinque minuti buoni con la patta aperta a guardare l'orizzonte, fino al richiamo della moglie. Rientrato in casa, la povera Milia dovette constatare inorridita che la lunga permanenza all'aria afosa aveva richiamato intorno ai genitali del marito ogni genere di bestia volante; ragion per cui la donna rinunciò assolutamente a ogni proposito lubrico. A Piersantelli non rimase dunque che prendere atto, bofonchiando fra sé, che farsi mangiare il cazzo dalle mosche gli aveva fatto perdere una piacevole occasione. Con il tempo l'aneddoto, narrato all'osteria dal vicino mezzadro Latini (uomo di ben poca moralità ma di ottima vista), si diffuse, e l'espressione divenne proverbiale. Almeno questo è quel che sostiene Jean Pipeau, esponente illustre della scuola storica francese. Si veda J. PIPEAU, Le mà zozze de grascia: storia materiale della media Vallesina, Paris-Coppetella di Chiaravalle 1971.
In ogni caso, la formula resta viva e compresa ancora ai nostri giorni, avendo perduto ogni sua (eventuale) connotazione sessuale. Ne rimane piuttosto la sarcastica immediatezza, definibile in sintesi - ma senza tema di smentite - come tipica di una marchigianità profonda e verace.
* Oltre, in avanti.
** Donnole.
L'espressione si utilizza in una vasta gamma di situazioni e con intento sia descrittivo di un avvenimento ormai passato, sia a mo' di sprone per il futuro. Nel primo caso, ben si attaglia alla rievocazione di una partita andata storta; per esempio: "Non te crede, ché lora n'era brai pi gnè, sicché è rmasti diedro e ce spettaa; ma no' nvece de gi' ó* semo stadi tutto 'l tempo a sfregnetta' e alla fine se semo fatti magna' el cazzo da le mosche" (non credere chissà che: gli altri erano scarsi, perciò stavano rintanati dietro ad aspettarci; ma noi, invece di andare avanti, abbiamo perso tempo in giochetti e alla fine ci siamo trovati con un palmo di naso). Oppure, per citare un altro ambito caro ai più, un ragazzo dirà al proprio amico: "Ma pò sta' [può essere] nn'a vedi quella como te vara? Vacce a discorre, camina, que stae chi [a che pro resti qui] a fatte magna' 'l cazzo da le mosche?".
Benché si tiri in ballo prepotentemente l'organo sessuale maschile, non sfuggirà agli osservatori più attenti e acuti che la relazione logica e il tipo di ragionamento cui ci si richiama non è sessuale, o non lo è immediatamente e primariamente; è semmai alla fertilità e alla discendenza che si rinuncia lasciando che il proprio pene venga utilizzato come cibo per insetti, e non semplicemente a un coito (che, anzi, non è affatto prefigurato dalla locuzione). In senso traslato ma chiarissimo, dunque, si dipinge come sterile e incapace di produrre alcun tipo di conseguenza positiva una scelta, o piuttosto una mancanza di scelte, attribuita a colui che si vuol censurare con la colorita formula.
Sia quel sia, per spiegare la genesi storica dell'espressione è stato proposto da vari studiosi (tra gli altri, cfr. O. LAINZ, Monachesimo e omosessualità nell'alto Medioevo centroitalico, Köln 1904 e M. N. MININNI, Deus non vult: fiche schiaffeggiate e altri atti di vera fede, Mantova 1923) che si debba risalire alla nota vicenda dell'eremita Medoro, vissuto nel IV secolo dell'era cristiana. Costui, un uomo irsuto, peloso e scostante, come tale amatissimo dalle donne, si era ritirato a cercare l'ascesi in certi territori brulli e inospitali tra Sassoferrato (AN) e Pergola (PU). Qui, nel suo umilissimo cenobio condiviso con una famiglia di panacace**, veniva ogni giorno a trovarlo la nobildonna romana Livia Ingrifata Maxuma, la quale aggiungeva ai cesti di cibo e alle espressioni di ammirazione per la fede dell'anacoreta evidenti profferte sessuali (approfittando della permanenza in Arabia del marito, impegnato a combattere il tiranno Sorbetto alla testa della XXXII Legio "Solaris sed demens"). Impossibilitato ad accogliere tali profferte, ma non volendo d'altronde offendere le chiome corvine e gli occhi appassionati della matrona, Medoro non diceva nulla e restava soltanto sulla sua rupe, nudo e coperto di peli e sporco incrostato (la cosiddetta "susta").
Un bel giorno, tuttavia, proprio all'orario della visita di Livia, il cielo estivo si oscurò e ne calarono sciami e sciami di insetti mai visti prima: erano i giganteschi e voracissimi mosconi aramaici, costretti a lasciare le proprie sedi usuali dalla guerra tra il despota Sorbetto e i Romani, che aveva consumato e distrutto i raccolti. Le mosche circondarono perciò il malcapitato Medoro, attratte dalla sua nudità, e ne straziarono le parti molli; pochi minuti dopo quello che si ergeva di fronte a Livia era un uomo privo di genere, in un certo senso. "He isto dé [quanto] sae stado brao?" chiosò dunque la donna, "A la fine te s'ha magnado el cazzo le mosche. Te mpara a non risponde né scì né no, e a me a perde tempo cui ciambotti". Da parte sua Medoro interpretò l'avvenimento come un segno della volontà di Dio; più tardi, tuttavia, perse la fede e aprì uno spaccetto di panini miele e porcospino al passo di Scheggia. Si veda anche, a questo proposito, E. GRISTOSANTO (a cura di), Le tavole calde eugubine, Sant'Angelo in Vado 1960.
Studi più recenti pongono invece l'accento su una vicenda risalente ai primi anni del secolo scorso, quando nei pressi della frazione di Castelrosino di Jesi viveva la giovane coppia formata da Milia Ceppi e dal marito Nicola Piersantelli; costui, brav'uomo sotto tutti i punti di vista, era però affetto da una gravissima e quasi patologica forma di distrazione. Pare dunque che nella calda estate del 1908, in una mattinata afosa e priva di lavori agricoli, la giovane sposa abbia manifestato una pressante volontà di fare l'amore. Il buon Piersantelli avrebbe replicato che sì, ne aveva voglia anche lui; gli desse solo un minuto per andare al campo a pisciare (all'epoca, com'è noto, non esistevano i moderni servizi). Solo che, distratto come al solito, questi rimase cinque minuti buoni con la patta aperta a guardare l'orizzonte, fino al richiamo della moglie. Rientrato in casa, la povera Milia dovette constatare inorridita che la lunga permanenza all'aria afosa aveva richiamato intorno ai genitali del marito ogni genere di bestia volante; ragion per cui la donna rinunciò assolutamente a ogni proposito lubrico. A Piersantelli non rimase dunque che prendere atto, bofonchiando fra sé, che farsi mangiare il cazzo dalle mosche gli aveva fatto perdere una piacevole occasione. Con il tempo l'aneddoto, narrato all'osteria dal vicino mezzadro Latini (uomo di ben poca moralità ma di ottima vista), si diffuse, e l'espressione divenne proverbiale. Almeno questo è quel che sostiene Jean Pipeau, esponente illustre della scuola storica francese. Si veda J. PIPEAU, Le mà zozze de grascia: storia materiale della media Vallesina, Paris-Coppetella di Chiaravalle 1971.
In ogni caso, la formula resta viva e compresa ancora ai nostri giorni, avendo perduto ogni sua (eventuale) connotazione sessuale. Ne rimane piuttosto la sarcastica immediatezza, definibile in sintesi - ma senza tema di smentite - come tipica di una marchigianità profonda e verace.
* Oltre, in avanti.
** Donnole.
sabato 10 dicembre 2011
Un pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre el lepre
Espressione di evidente matrice contadina e portatrice perciò di una concezione del tempo sostanzialmente ciclica, essa rispecchia due caratteristiche che stanno alla base della civiltà marchigiana: da un lato il fatalismo quasi balcanico (non si deve d'altronde dimenticare l'apporto demografico e culturale che la regione Marche ebbe dall'emigrazione slava nel basso Medioevo), dall'altro una fiducia, che è a volte più misticheggiante che religiosa o cattolica in senso proprio, in una futura, necessaria giustizia non solo celeste, ma applicata già tra gli uomini e sulla terra.
Non a caso Glauco Maggioli, dottissimo traduttore e esegeta di romanzi russi per la piccola, coltissima casa editrice "Lo ràgheno* d'oro" di Barbara (AN), volle insierire nel suo commento a "Il maestro e Margherita" di Michail Bulgakov una riflessione su quel vago quanto promettente "Tutto sarà giusto", pronunciato da Voland in uno degli ultimi capitoli del capolavoro. Eccola: "Ora il procuratore di Gerusalemme, liberato della propria immane colpa, può correre gioiosamente con il proprio cane Banga, che per le lune di duemila anni ha condiviso incolpevole la pena del proprio padrone; adesso il cane balza e scatta, leggero. E si può ben dire, mutuando un detto popolare, che se finora ha corso la lepre, ora può correre il cane, e con esso librarsi a più alte sfere l'anima del quinto procuratore della Giudea" (G. MAGGIOLI, Saggi letterari e ricette delle crespelle, Barbara 1971).
L'utilizzo del modo di dire, nel parlato quotidiano, ha ovviamente meno a che fare con tali beghe teologiche: lo si pronuncerà invece in occasione di improvvisi rovesciamenti del destino ("He isto que j'è successo a lia? Discorrea discorrea dei fioli del'altri, che non era boni e non sapea fa', e adè j'è armasta pregna la fija". "Eh, ma tant'è cucì: 'n pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre el lepre...") o di fronte all'arroganza altrui ("E na madonna de' me tira el culo a vede a quelli che fa i grossi! Tocca che j'ardigo qualco'...". "Te 'n te ne pia': 'n pezzo corre el ca', 'n pezzo corre el lepre, toccherà a sta' zitti pure a lora"). Insomma, la formula si utilizza sia come auspicio fiducioso di cambiamento di un certo status, sia come prova a posteriori che le cose dovevano necessariamente mutare. Vi è insomma una certa carica filosofica, come detto: le cose devono cambiare perché devono, perché la vita ha un suo ciclo e non ammette eterne permanenze ed egemonie infinite.
Lo stesso Giacomo Leopardi, uno dei cervelli più raffinati prodotti dalle Marche e dall'Italia, fece una sera ricorso al modo di dire. Nel salotto di casa Leopardi, infatti, intorno al venerando padre, il conte Monaldo, stava allora infuriando una discussione filosofica tra i membri della famiglia, certi prelati invitati a cena, degli eruditi locali e un allevatore di tori (presente lì per puro caso ma deciso a dare il proprio contributo al dibattito): mentre questi discutevano, entrò nella stanza Giacomo, reduce da una delle proprie massacranti sessioni onanistiche, e gli fu immediatamente chiesto di spiegare in termini brevi e leggibili l'idea vichiana dei corsi e ricorsi e delle differenti età delle civiltà, sulle quali appunto l'uditorio si confrontava. "Que ho da divve?", scosse le spalle il gobbetto, "Miga 'n è difficile: 'n pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre 'l lepre. E adè scusademe, tocca che troo na rima cu sole, ché quele cazzo de viole non è de stagio'..." (quella sera stessa Giacomo fu pestato con la cinghia dal padre; evento traumatico ma utile, in un certo senso, perché gli diede occasione di scrivere un lamento in ottave strambotte. Questo ed altre interessanti aneddoti nel prezioso lavoro di ERMES LATINI, I grandi felini nella letteratura italiana, Montalto Marche 1921).
V'è da dire, tuttavia, che - forse proprio grazie a Giacomo Leopardi - la locuzione ha una sua presenza e vitalità anche nelle lingue straniere, e non è confinata al solo ambito colloquiale e familiare. Abbastanza recentemente, ad esempio, nella "Zeitschrift für Politikwissenschaft" (Rivista di scienza politica) dell'Università di Mannhein è apparso il contributo del professor Otto Nurdiewurst, luminare nel campo degli studi geo-strategici, nel quale si demolisce la teoria di Francis Fukuyama sulla fine della storia. Piuttosto noto è il lapidario giudizio verso la fine dell'articolo: "Der Amerikaner beschreibt also die geschichtliche Evolution als ein Athletenrennen mit einem bestimmten Ziel, nach welchem das Rennen eigentlich sinnlos wird... Doch Fukuyama hat vergessen, dass die Geschichte bei dem Ring eines Stadion rennt, und außerdem ähnlicher einem Staffellauf ist. Deshalb läuft der Hund manchmal und manchmal der Hase; und die Geschichte, sowie der Wettkampf, ist nicht am Ende" ("L'americano descrive dunque l'evoluzione storica come una corsa atletica con un traguardo stabilito, dopo il quale la corsa diviene per sua natura inutile... Fukuyama ha tuttavia dimenticato che la storia corre sull'anello di uno stadio ed è inoltre più simile a una staffetta. Perciò a volte corre il cane e a volte la lepre; e la storia, così come la competizione, non è finita". Vedi anche O. NURDIEWURST, Miscellanea di insulti stentorei su temi troppo serî per essere lasciati al patetico giudizio dei non europei, ed. it., San Benedetto del Tronto 2009).
D'altra parte, è anche possibile che l'espressione sia patrimonio della civiltà classica europea da tempi remotissimi. Lo prova il commento al Vangelo di Giovanni, ritrovato qualche tempo fa nelle cantine vaticane accanto agli otri con cui il vino di Morro d'Alba veniva spedito ai Pontefici. L'autore di tale commento, conosciuto dagli addetti ai lavori semplicemente come Anonimo marchigiano, riflette sul ben noto Prologo del verbo, proponendo una correzione all'incipit. A suo dire, infatti, "Non ha senso veruno che al principio fosse il verbo (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος), dacché siffatto verbo non l'ha veduto niuno, né ai campi, né sulle piagge sui monti, né in città; e nemmanco se ne sente parlare nelle croniche d'oltremare e di Barbaria, e niuno saprebbe descriverlo... Molto meglio sarebbe, a mio giudizio, supporre che si abbia a che fare qui con la mera svista d'uno scriba stanco, e che all'inizio sul prato del Signore zompettasse piuttosto un lepre (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λαγώς): poi Domine Dio avrà creato il cane, sibbene Giovanni non lo scrive, ma egualmente si comprende. E da allora corrono cane e lepre, siccome vediamo anche oggi, e la vita dell'uomo non che è pendolo fra tali due corse...". Cfr. anche AA. VV., L'ubriachezza molesta come anticamera del misticismo, Belvedere Ostrense-Stuttgart 1977.
Sia come sia, che l'esistenza e l'esperienza umana si strutturino come un ciclo, in cui ad ognuno è comunque data un'opportunità, è convinzione comune nello "way of life" marchigiano. Motivo per cui anche la bonaria e sorridente inazione non è sempre rassegnazione, ma è sovente fiduciosa attesa di un diritto naturale.
* Lucertola.
Non a caso Glauco Maggioli, dottissimo traduttore e esegeta di romanzi russi per la piccola, coltissima casa editrice "Lo ràgheno* d'oro" di Barbara (AN), volle insierire nel suo commento a "Il maestro e Margherita" di Michail Bulgakov una riflessione su quel vago quanto promettente "Tutto sarà giusto", pronunciato da Voland in uno degli ultimi capitoli del capolavoro. Eccola: "Ora il procuratore di Gerusalemme, liberato della propria immane colpa, può correre gioiosamente con il proprio cane Banga, che per le lune di duemila anni ha condiviso incolpevole la pena del proprio padrone; adesso il cane balza e scatta, leggero. E si può ben dire, mutuando un detto popolare, che se finora ha corso la lepre, ora può correre il cane, e con esso librarsi a più alte sfere l'anima del quinto procuratore della Giudea" (G. MAGGIOLI, Saggi letterari e ricette delle crespelle, Barbara 1971).
L'utilizzo del modo di dire, nel parlato quotidiano, ha ovviamente meno a che fare con tali beghe teologiche: lo si pronuncerà invece in occasione di improvvisi rovesciamenti del destino ("He isto que j'è successo a lia? Discorrea discorrea dei fioli del'altri, che non era boni e non sapea fa', e adè j'è armasta pregna la fija". "Eh, ma tant'è cucì: 'n pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre el lepre...") o di fronte all'arroganza altrui ("E na madonna de' me tira el culo a vede a quelli che fa i grossi! Tocca che j'ardigo qualco'...". "Te 'n te ne pia': 'n pezzo corre el ca', 'n pezzo corre el lepre, toccherà a sta' zitti pure a lora"). Insomma, la formula si utilizza sia come auspicio fiducioso di cambiamento di un certo status, sia come prova a posteriori che le cose dovevano necessariamente mutare. Vi è insomma una certa carica filosofica, come detto: le cose devono cambiare perché devono, perché la vita ha un suo ciclo e non ammette eterne permanenze ed egemonie infinite.
Lo stesso Giacomo Leopardi, uno dei cervelli più raffinati prodotti dalle Marche e dall'Italia, fece una sera ricorso al modo di dire. Nel salotto di casa Leopardi, infatti, intorno al venerando padre, il conte Monaldo, stava allora infuriando una discussione filosofica tra i membri della famiglia, certi prelati invitati a cena, degli eruditi locali e un allevatore di tori (presente lì per puro caso ma deciso a dare il proprio contributo al dibattito): mentre questi discutevano, entrò nella stanza Giacomo, reduce da una delle proprie massacranti sessioni onanistiche, e gli fu immediatamente chiesto di spiegare in termini brevi e leggibili l'idea vichiana dei corsi e ricorsi e delle differenti età delle civiltà, sulle quali appunto l'uditorio si confrontava. "Que ho da divve?", scosse le spalle il gobbetto, "Miga 'n è difficile: 'n pezzo corre 'l ca', 'n pezzo corre 'l lepre. E adè scusademe, tocca che troo na rima cu sole, ché quele cazzo de viole non è de stagio'..." (quella sera stessa Giacomo fu pestato con la cinghia dal padre; evento traumatico ma utile, in un certo senso, perché gli diede occasione di scrivere un lamento in ottave strambotte. Questo ed altre interessanti aneddoti nel prezioso lavoro di ERMES LATINI, I grandi felini nella letteratura italiana, Montalto Marche 1921).
V'è da dire, tuttavia, che - forse proprio grazie a Giacomo Leopardi - la locuzione ha una sua presenza e vitalità anche nelle lingue straniere, e non è confinata al solo ambito colloquiale e familiare. Abbastanza recentemente, ad esempio, nella "Zeitschrift für Politikwissenschaft" (Rivista di scienza politica) dell'Università di Mannhein è apparso il contributo del professor Otto Nurdiewurst, luminare nel campo degli studi geo-strategici, nel quale si demolisce la teoria di Francis Fukuyama sulla fine della storia. Piuttosto noto è il lapidario giudizio verso la fine dell'articolo: "Der Amerikaner beschreibt also die geschichtliche Evolution als ein Athletenrennen mit einem bestimmten Ziel, nach welchem das Rennen eigentlich sinnlos wird... Doch Fukuyama hat vergessen, dass die Geschichte bei dem Ring eines Stadion rennt, und außerdem ähnlicher einem Staffellauf ist. Deshalb läuft der Hund manchmal und manchmal der Hase; und die Geschichte, sowie der Wettkampf, ist nicht am Ende" ("L'americano descrive dunque l'evoluzione storica come una corsa atletica con un traguardo stabilito, dopo il quale la corsa diviene per sua natura inutile... Fukuyama ha tuttavia dimenticato che la storia corre sull'anello di uno stadio ed è inoltre più simile a una staffetta. Perciò a volte corre il cane e a volte la lepre; e la storia, così come la competizione, non è finita". Vedi anche O. NURDIEWURST, Miscellanea di insulti stentorei su temi troppo serî per essere lasciati al patetico giudizio dei non europei, ed. it., San Benedetto del Tronto 2009).
D'altra parte, è anche possibile che l'espressione sia patrimonio della civiltà classica europea da tempi remotissimi. Lo prova il commento al Vangelo di Giovanni, ritrovato qualche tempo fa nelle cantine vaticane accanto agli otri con cui il vino di Morro d'Alba veniva spedito ai Pontefici. L'autore di tale commento, conosciuto dagli addetti ai lavori semplicemente come Anonimo marchigiano, riflette sul ben noto Prologo del verbo, proponendo una correzione all'incipit. A suo dire, infatti, "Non ha senso veruno che al principio fosse il verbo (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος), dacché siffatto verbo non l'ha veduto niuno, né ai campi, né sulle piagge sui monti, né in città; e nemmanco se ne sente parlare nelle croniche d'oltremare e di Barbaria, e niuno saprebbe descriverlo... Molto meglio sarebbe, a mio giudizio, supporre che si abbia a che fare qui con la mera svista d'uno scriba stanco, e che all'inizio sul prato del Signore zompettasse piuttosto un lepre (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λαγώς): poi Domine Dio avrà creato il cane, sibbene Giovanni non lo scrive, ma egualmente si comprende. E da allora corrono cane e lepre, siccome vediamo anche oggi, e la vita dell'uomo non che è pendolo fra tali due corse...". Cfr. anche AA. VV., L'ubriachezza molesta come anticamera del misticismo, Belvedere Ostrense-Stuttgart 1977.
Sia come sia, che l'esistenza e l'esperienza umana si strutturino come un ciclo, in cui ad ognuno è comunque data un'opportunità, è convinzione comune nello "way of life" marchigiano. Motivo per cui anche la bonaria e sorridente inazione non è sempre rassegnazione, ma è sovente fiduciosa attesa di un diritto naturale.
* Lucertola.
venerdì 2 dicembre 2011
Da' 'l cazzo a le vecchie
"Dare il cazzo alle vecchie", non c'è neanche bisogno di spiegarlo, significa fare qualcosa di inutile, assurdo e insensato, che non conduce a null'altro che a una improficua perdita di tempo e d'energia. In una società agricola e scandita da ritmi e da riti naturali, com'è stata fino a pochi decenni fa quella marchigiana (e a quest'epoca pre-industriale si riferiscono d'altronde i detti riportati in questa sede), nulla appariva più evidentemente vano e futile che sfidare le leggi del tempo e delle stagioni. In questo senso, volendo rendere l'idea di un atto destinato fin da subito a rivelarsi privo di effetti, nulla pareva più adatto e immediato del paragone con una copula con donne anziane - copula, perciò, necessariamente sterile.
L'espressione, proferita in tono rassegnato di fronte alla testardaggine altrui o più spesso esclamata forte, lasciando trasparire tutto il proprio sarcasmo, si oppone perciò alle intenzioni e ai progetti percepiti come improbabili, inani, inefficaci. "Vara che grasciaro hai fatto lì per terra, que madonna cj he 'rbaltado? Adè co que ce pulimo?", dirà ad esempio un ragazzino all'altro, su un campetto in piena estate, notando che l'altro ha fatto cadere sul poroso sintetico una qualche bevanda zuccherosa. "Te 'n te pruccupa', ce sfrego cu l'acqua". "Ma que acqua... è come da' 'l cazzo a le vecchie". In circostanze simili, un ragazzo della comitiva proromperà inevitabilmente nella stessa conclusione quando gli altri proveranno, utilizzando certi sassettini piccoli e leggeri, a far cadere un pallone imprigionato tra le fronde foltissime di un qualche albero secolare: "Eh, ma chi è come da' el cazzo a le vecchie: o artroamo qualco' che je fa oppure sarà mejo gi' al negozio a compra' n'antro palló...". D'altra parte, al di là di questi esempi piuttosto di basso profilo, si ha un utilizzo anche elevato del modo di dire, perfettamente flessibile e adattabile a ogni contesto. Ad esempio, un analista economico potrà dire al proprio vicino di scrivania: "He 'nteso? L'inflazió è gida giù de n'antro 0,2%, sto mese". "E scì, ma cu le paghe bloccade je fa com'el cazzo a le vecchie". Questo tanto per essere chiari.
Da dove venga l'espressione è questione controversa. Nonostante l'apparenza, c'è chi ha sostenuto che per "cazzo" non si debba intendere o non si dovesse intendere all'inizio il banalissimo organo sessuale maschile, e che non sia l'ambito sessuale quello alla base del modo di dire. In particolare, il Miroklose (Brastislav Pulisan Miroklose, luminare moravo di fine '800; cacciato dagli atenei imperiali e caduto in povertà per le sue posizioni anti-austriache, dovette vendere il proprio secondo nome - che era in origine Brüno - a un'azienda di detersivi in polvere) è stato il capofila degli "antipenisti", ossia di coloro i quali si sono rifiutati di assecondare l'origine sessuale della locuzione. Nel suo fondamentale Storia dei popoli minori e di quelli di cui anche a me frega il giusto (Pressburg 1882), Miroklose riporta le dicerie avvinazzate di alcuni abitanti della parte nordoccidentale del comune di Arcevia e ne deduce che in tempi successivi alla battaglia del Sentinum (295 a.C.) vi sia stato da qualche parte tra le odierne Ripalta e San Ginesio un episodio di resistenza dell'elemento gallico ai romani trionfanti. Un manipolo di Senoni si sarebbe infatti asserragliato in un villaggio sito in posizione dominante, rifiutando la resa alle legioni; tuttavia, già dopo qualche settimana di assedio si sarebbe posto il problema delle scarse vettovaglie.
A questo punto, come a Numanzia in seguito (anche in quel caso di fronte all'imperialismo romano), i Celti dovettero dibattere sulla possibilità o meno di continuare la lotta. Qualcuno dei vecchi, così almeno riferivano i racconti tradizionali arceviesi, avrebbe proposto la resa, essendo ormai impossibile la vittoria; ma un giovane guerriero, Tautoviste (o Guido, a seconda delle versioni), volle in quella circostanza dire la propria, e proclamò che bisognava invece resistere, perché non c'era da aspettarsi clemenza e lealtà dai romani. Per quanto riguardava il cibo, continuò Tautoviste (o Guido), non c'era che da razionarlo, riservandolo tutto ai guerrieri; non era il caso, infatti, che si sprecasse formaggio e carne salata per le donne e i bambini, né che si scialacquassero le scorte di farina distribuendole anche alle anziane vedove.
Proprio qui entra in gioco l'interpretazione rivoluzionaria del Miroklose, il quale ritiene che il cazzo da dare alle vecchie sia in realtà da leggere in senso metaforico, sia che si voglia intendere con l'organo sessuale un generico datore di vita, sia che lo si identifichi con le proteine che, come abbastanza noto, esso produce in una certa quantità, e dunque con del cibo di elevato valore nutritivo. A suo modo di vedere, Tautoviste (o Guido) avrebbe gridato semplicemente che non si doveva dare sostentamento alle inutili vecchie; questa parola d'ordine si sarebbe poi mutata nei secoli, per progressiva prossimità semantica o a causa della nota rozzezza dei campagnoli, in un invito a rendersi conto dell'assurdità del donare il pene alle anziane.
Una lettura simile ma molto meno metaforica la presenta invece una recente ricerca tedesca, realizzata dall'Università di Jena (vedi G. NICHTSOMAGER-H. ALLESFRESSER, E allora mangia la merda: i cibi degli umili dall'antichità alla Rivoluzione Industriale, Jena-Lucrezia di Cartoceto 2006) grazie a finanziamenti trovati per terra, evidentemente lasciati lì da qualche cittadino distratto ma benefattore. Secondo i due professori tedeschi, che hanno esaminato ricette, testimonianze e rutti aromatizzati provenienti da tutta Europa, esisteva nella cultura etrusca ed è probabilmente passata ai Galli Senoni per il tramite dei commerci appenninici o dell'alleanza antiromana un'energetica torta al miele e alle castagne, chiamata ch'atso o q'atso nel linguaggio misterioso di quegli antichi abitanti dell'Italia tirrenica. Questa potentissima delizia, vera bomba calorica di difficile paragone con altri cibi dell'epoca, fu adottata con entusiasmo dai Senoni e messa a disposizione in primis dei guerrieri, i quali avevano ovviamente maggior bisogno di energie da destinare alla scontro e al mantenimento delle forze nelle marce e negli assedi. Dare il q'atso alle vecchie, perciò, voleva dire far qualcosa di non soltanto inaudito e quasi sacrilego, ma anche di perfettamente inutile, giacché le vecchie non avrebbero avuto alcun bisogno di tutta quell'energia e quella forza, che andava invece indirizzata in altre direzioni. Dall'ambito militare e proprio la formula si allargò rapidamente a quello vasto e metaforico, fino a diventare uno dei modi di dire più tipici dell'area pedemontana dell'anconetano.
Infine, accanto a queste ipotesi caratterizzate da estrema pignoleria e da un'indagine spinta nei dettagli, sta il racconto quasi fantastorico suggerito da Remo Scortichini, produttore di barbabietole nell'area della Vallesina e studioso autodidatta, noto per il saggio L'elmo del guerriero di Capestrano e i cappelletti. Evidenze storiche nella pasta fresca marchigiana, Roma-Bari-Scisciano 1955. Costui, nel suo comunque godibilissimo Motivi morali e storici del maschilismo, o dei danni delle donne, Monteroberto 1964, afferma che in un certo periodo del IV secolo a.C. l'assenza dei capi e di molti guerrieri - impegnati in razzie o come mercenari per Siracusa - abbia lasciato i villaggi gallici della valle del Misa in preda a una crisi di potere, che sarebbe poi stata colmata da un ritorno al matriarcato: in questa fase le donne anziane, detentrici dell'autorità per via della propria esperienza e competenza magica e sacrale, avrebbero costretto le più giovani a cedere mariti e compagni, costretti perciò ad accoppiarsi solo con le più mature. Da questa decisione sarebbe poi ovviamente discesa una pericolosa crisi demografica, nonché un grave scontro tra donne giovani e anziane che avrebbe infine portato al rovesciamento del regime. In seguito quel periodo di follia sarebbe stato ricordato solo indirettamente e per richiami nascosti; uno di questi sarebbe appunto l'evocazione di quando si dava il cazzo alle vecchie quale momento infausto e dannoso per la società Senone. Le prove portate da Scortichini non sembrano tuttavia convincenti; ma, di certo, la diffusione del modo di dire e la sua vitalità fino al giorno d'oggi fanno pensare che, chissà come e quando, vi sia stato da qualche parte tra l'Adriatico e gli Appennini un evento davvero grave e traumatico, tale da non perdersi nell'inconscio a distanza di millenni.
L'espressione, proferita in tono rassegnato di fronte alla testardaggine altrui o più spesso esclamata forte, lasciando trasparire tutto il proprio sarcasmo, si oppone perciò alle intenzioni e ai progetti percepiti come improbabili, inani, inefficaci. "Vara che grasciaro hai fatto lì per terra, que madonna cj he 'rbaltado? Adè co que ce pulimo?", dirà ad esempio un ragazzino all'altro, su un campetto in piena estate, notando che l'altro ha fatto cadere sul poroso sintetico una qualche bevanda zuccherosa. "Te 'n te pruccupa', ce sfrego cu l'acqua". "Ma que acqua... è come da' 'l cazzo a le vecchie". In circostanze simili, un ragazzo della comitiva proromperà inevitabilmente nella stessa conclusione quando gli altri proveranno, utilizzando certi sassettini piccoli e leggeri, a far cadere un pallone imprigionato tra le fronde foltissime di un qualche albero secolare: "Eh, ma chi è come da' el cazzo a le vecchie: o artroamo qualco' che je fa oppure sarà mejo gi' al negozio a compra' n'antro palló...". D'altra parte, al di là di questi esempi piuttosto di basso profilo, si ha un utilizzo anche elevato del modo di dire, perfettamente flessibile e adattabile a ogni contesto. Ad esempio, un analista economico potrà dire al proprio vicino di scrivania: "He 'nteso? L'inflazió è gida giù de n'antro 0,2%, sto mese". "E scì, ma cu le paghe bloccade je fa com'el cazzo a le vecchie". Questo tanto per essere chiari.
Da dove venga l'espressione è questione controversa. Nonostante l'apparenza, c'è chi ha sostenuto che per "cazzo" non si debba intendere o non si dovesse intendere all'inizio il banalissimo organo sessuale maschile, e che non sia l'ambito sessuale quello alla base del modo di dire. In particolare, il Miroklose (Brastislav Pulisan Miroklose, luminare moravo di fine '800; cacciato dagli atenei imperiali e caduto in povertà per le sue posizioni anti-austriache, dovette vendere il proprio secondo nome - che era in origine Brüno - a un'azienda di detersivi in polvere) è stato il capofila degli "antipenisti", ossia di coloro i quali si sono rifiutati di assecondare l'origine sessuale della locuzione. Nel suo fondamentale Storia dei popoli minori e di quelli di cui anche a me frega il giusto (Pressburg 1882), Miroklose riporta le dicerie avvinazzate di alcuni abitanti della parte nordoccidentale del comune di Arcevia e ne deduce che in tempi successivi alla battaglia del Sentinum (295 a.C.) vi sia stato da qualche parte tra le odierne Ripalta e San Ginesio un episodio di resistenza dell'elemento gallico ai romani trionfanti. Un manipolo di Senoni si sarebbe infatti asserragliato in un villaggio sito in posizione dominante, rifiutando la resa alle legioni; tuttavia, già dopo qualche settimana di assedio si sarebbe posto il problema delle scarse vettovaglie.
A questo punto, come a Numanzia in seguito (anche in quel caso di fronte all'imperialismo romano), i Celti dovettero dibattere sulla possibilità o meno di continuare la lotta. Qualcuno dei vecchi, così almeno riferivano i racconti tradizionali arceviesi, avrebbe proposto la resa, essendo ormai impossibile la vittoria; ma un giovane guerriero, Tautoviste (o Guido, a seconda delle versioni), volle in quella circostanza dire la propria, e proclamò che bisognava invece resistere, perché non c'era da aspettarsi clemenza e lealtà dai romani. Per quanto riguardava il cibo, continuò Tautoviste (o Guido), non c'era che da razionarlo, riservandolo tutto ai guerrieri; non era il caso, infatti, che si sprecasse formaggio e carne salata per le donne e i bambini, né che si scialacquassero le scorte di farina distribuendole anche alle anziane vedove.
Proprio qui entra in gioco l'interpretazione rivoluzionaria del Miroklose, il quale ritiene che il cazzo da dare alle vecchie sia in realtà da leggere in senso metaforico, sia che si voglia intendere con l'organo sessuale un generico datore di vita, sia che lo si identifichi con le proteine che, come abbastanza noto, esso produce in una certa quantità, e dunque con del cibo di elevato valore nutritivo. A suo modo di vedere, Tautoviste (o Guido) avrebbe gridato semplicemente che non si doveva dare sostentamento alle inutili vecchie; questa parola d'ordine si sarebbe poi mutata nei secoli, per progressiva prossimità semantica o a causa della nota rozzezza dei campagnoli, in un invito a rendersi conto dell'assurdità del donare il pene alle anziane.
Una lettura simile ma molto meno metaforica la presenta invece una recente ricerca tedesca, realizzata dall'Università di Jena (vedi G. NICHTSOMAGER-H. ALLESFRESSER, E allora mangia la merda: i cibi degli umili dall'antichità alla Rivoluzione Industriale, Jena-Lucrezia di Cartoceto 2006) grazie a finanziamenti trovati per terra, evidentemente lasciati lì da qualche cittadino distratto ma benefattore. Secondo i due professori tedeschi, che hanno esaminato ricette, testimonianze e rutti aromatizzati provenienti da tutta Europa, esisteva nella cultura etrusca ed è probabilmente passata ai Galli Senoni per il tramite dei commerci appenninici o dell'alleanza antiromana un'energetica torta al miele e alle castagne, chiamata ch'atso o q'atso nel linguaggio misterioso di quegli antichi abitanti dell'Italia tirrenica. Questa potentissima delizia, vera bomba calorica di difficile paragone con altri cibi dell'epoca, fu adottata con entusiasmo dai Senoni e messa a disposizione in primis dei guerrieri, i quali avevano ovviamente maggior bisogno di energie da destinare alla scontro e al mantenimento delle forze nelle marce e negli assedi. Dare il q'atso alle vecchie, perciò, voleva dire far qualcosa di non soltanto inaudito e quasi sacrilego, ma anche di perfettamente inutile, giacché le vecchie non avrebbero avuto alcun bisogno di tutta quell'energia e quella forza, che andava invece indirizzata in altre direzioni. Dall'ambito militare e proprio la formula si allargò rapidamente a quello vasto e metaforico, fino a diventare uno dei modi di dire più tipici dell'area pedemontana dell'anconetano.
Infine, accanto a queste ipotesi caratterizzate da estrema pignoleria e da un'indagine spinta nei dettagli, sta il racconto quasi fantastorico suggerito da Remo Scortichini, produttore di barbabietole nell'area della Vallesina e studioso autodidatta, noto per il saggio L'elmo del guerriero di Capestrano e i cappelletti. Evidenze storiche nella pasta fresca marchigiana, Roma-Bari-Scisciano 1955. Costui, nel suo comunque godibilissimo Motivi morali e storici del maschilismo, o dei danni delle donne, Monteroberto 1964, afferma che in un certo periodo del IV secolo a.C. l'assenza dei capi e di molti guerrieri - impegnati in razzie o come mercenari per Siracusa - abbia lasciato i villaggi gallici della valle del Misa in preda a una crisi di potere, che sarebbe poi stata colmata da un ritorno al matriarcato: in questa fase le donne anziane, detentrici dell'autorità per via della propria esperienza e competenza magica e sacrale, avrebbero costretto le più giovani a cedere mariti e compagni, costretti perciò ad accoppiarsi solo con le più mature. Da questa decisione sarebbe poi ovviamente discesa una pericolosa crisi demografica, nonché un grave scontro tra donne giovani e anziane che avrebbe infine portato al rovesciamento del regime. In seguito quel periodo di follia sarebbe stato ricordato solo indirettamente e per richiami nascosti; uno di questi sarebbe appunto l'evocazione di quando si dava il cazzo alle vecchie quale momento infausto e dannoso per la società Senone. Le prove portate da Scortichini non sembrano tuttavia convincenti; ma, di certo, la diffusione del modo di dire e la sua vitalità fino al giorno d'oggi fanno pensare che, chissà come e quando, vi sia stato da qualche parte tra l'Adriatico e gli Appennini un evento davvero grave e traumatico, tale da non perdersi nell'inconscio a distanza di millenni.
giovedì 24 novembre 2011
Bada a camina'
Espressione diffusa in tutta la provincia anconetana, dal capoluogo all'arceviese, è esclamazione moderatamente piccata, che invita l'interlocutore a stare al proprio posto, a badare ai fatti propri, a non contestare l'operato degli altri e in ultima analisi a non esprimere posizioni troppo baldanzose o magniloquenti. La metafora utilizzata è d'altronde chiara: con essa si spinge il presuntuosetto - vizio tra i meno apprezzati in una società, quella marchigiana, che è sì individualista ma fortemente egualitaria per motivi storici, nonché sarcastica per indole - a fissare piuttosto la propria attenzione sul cammino che va facendo, dunque ad abbassare la testa e lo sguardo e allontanarsi dal cielo e dall'invasione di spazi altrui.
Si tratta perciò di una reazione a un atteggiamento cui si assiste, ad esempio all'apparizione sulla scena di un paccaciocchi (cfr. voce); essa mantiene tuttavia un tono più bonario, a volte affettuoso. In altri casi, invece, serve a rimarcare con la propria secchezza la distanza tra le due parti in causa e a diffidare l'infastidente dal farsi di nuovo i fatti altrui.
L'origine del modo di dire si perde nella notte dei tempi: Bjorn Eriksson-Ravelli, antropologo svedese, credette di averne individuato la genesi nella Rift Valley, e precisamente in una lunga striscia di terreno vulcanico che ha trattenuto le impronte fossili dei nostri progenitori. Si tratta per l'esattezza dei passi di una coppia di ominidi, la cui sensazionale scoperta, avvenuta nel 1976, fu per più giorni strillata a tutta pagina dai giornali di tutto il mondo (ne parlò anche la "Voce Misena", in un breve editoriale a firma del vescovo Odo Fusi Pecci). Essi paiono avvicinarsi, poi si biforcano di colpo e si perdono nelle nebbie del tempo; sostiene Eriksson-Ravelli in un suo noto saggio (cfr. B. ERIKSSON-RAVELLI, Spostati dal mio sentiero evolutivo, per cortesia, in AA. VV., Qualcuno avverta se arriva una tigre: la nascita della conversazione nella Preistoria, Stockholm 1982) che a quella testimonianza fossile ben si attagli il seguente dialogo, a suo dire intrattenuto dagli Erectus: "Oh!" (avvicinandosi). "Oh. Qu'arvoi?". "Te pare na felce, quella?". "Que m'ha da pare'?". "Na felce, na selce, como se dice. Te pare na piedra? Damme chi, te fo vede io como se taja la piedra. 'N vorrai gi' a caccia cu quel ciaffo?". "Ma bada' a camina', va', pensa a le selce tua e a quel budre de tu madre" (qui le orme si allontanano).
La maggior parte dei filologi, tuttavia, preferisce allontanarsi dallo spinoso ambito preistorico e attenersi alle testimonianze scritte: in particolare, pare che una certa sensibilità quanto alla difesa del proprio cammino e dei propri interessi di fronte alla curiosità altrui si sia acuita e rafforzata con l'epicureismo, che insegna a viver nascosti e insegna dunque a rifiutare le rotture di coglioni, come dimostrato da Peppe Kant, pronipote recanatese del noto filosofo baltico (vedi P. KANT, Le principali dottrine e scole maggiori della filosofia mondiale illustrate ai ciabattini e ai carrettieri, Monte Vidon Combatte 1873). D'altra parte, una certa gelosa tutela del privato diviene prassi nella tarda Età Classica: è nota a questo proposito la risposta che l'imperatore Adriano diede a un certo Gaio Pipo Baccolone, senatore anconetano di antica e nobile schiatta. Quest'ultimo continuava a impicciarsi nella salute, in effetti malferma, del princeps, vantandosi di certi infallibili medicamenti dorici. Finché, un bel giorno, l'imperatore non affrontò con un bel sorriso Baccolone e gli disse: "Animula vagula blandula, deambula tua via; noli meam intersecare, sed prudente observa passus tuos". La risposta piacque molto allo sportivo Baccolone e ai biografi imperiali presenti; per qualche via, dunque, essa dev'esser giunta fino a noi.
Si sa d'altronde con certezza che questa espressione, di perfetta chiarezza e intellegibilità, oltreché impeccabile nella forma, si è diffusa nei secoli anche nei paesi di cultura non latina, e in particolare nel Nord Europa. Alcuni ritengono che tale penetrazione sia avvenuta per il tramite della Chiesa Cattolica e del suo latino maccheronico; si ricorda ad esempio che nei dintorni di Ipswich un diacono ebbe a rispondere alle accuse e ai vaneggiamenti di un eretico, il quale metteva in discussione i dogmi e la gerarchia e proponeva anzi certe proprie riflessioni teologiche che aveva tratto nelle pause del proprio lavoro di stalliere del conte normanno Roger Le Poutipou, "Cave caminare, aut appello milites..." (Bada a camina', scinnò chiamo le guardie; cfr. W. TINKLERBELLY, Il Norwich City FC e altre forme di religiosità popolare nell'East Anglia, ed. it., La Spezia 1999). Possibile che tale risposta, in cui si esprimeva comunque l'arroganza tipica della Chiesa di Roma al culmine del Medioevo, abbia colpito le popolazioni del luogo e sia passata in proverbio, dapprima in una buffa e sgrammaticata ripetizione della formula latina, in seguito adattandosi alla lingua inglese. Altri trova invece improbabile un simile passaggio e giudica che il modo di dire sia da considerare tipico di certe zone dell'Italia e confinato a quelle lande che si allargano tra gli Appennini e il Mare Adriatico; è il caso di Ruggero Coso, etnologo e glottologo di nascita nizzarda e adozione ascolana, il quale nel suo Dizionario ragionato dei lemmi piceni e senoni (Trodica di Morrovalle 1901) così redige la voce "Bada a camminare": "Esortazione di ambiente popolare, di registro vario ma per lo più piccato ovvero scherzoso; confinata alla Marca e precisamente alla sua porzione centrale vale Pensa a' fatti tuoi, o anche Non proferire smargiassate. Tende per sua natura a troncare poco urbanamente una conversazione indesiderata (...)".
In ogni caso, checché ne pensi l'auctoritas del Coso, un gustoso aneddoto trova quel modo di dire impegnato in una dimensione non soltanto marchigiana. Lo racconta il naturalista e divulgatore Seymour Nighthandler nel suo godibilissimo Livingstone segreto: motti e vizietti di un esploratore (Edimburgo-Rotondo di Sassoferrato 1994). Nello specifico, è rievocato un momento dell'incontro tra il dottor Livingstone e Henry Stanley, quando il giornalista individuò il medico scozzese in Tanganika e lo accompagnò per un certo tratto nell'ostile regione dei laghi Bongo. Qui, ad un certo punto, Stanley invitò l'anziano missionario a far attenzione alle sabbie mobili, ai serpenti e alla altre insidie del terreno; al che Livingstone replicò, con spirito più scozzese che vittoriano, "Care about walking, my younger friend: I used to be among niggers when you still stank of milk... (Bada a camina', giuinotto; stacéo 'nfra mezzo ai negri co' te anco' sapéi de latte...)".
Non si sa da quale fonte Livingstone abbia desunto un'arguzia così evidentemente marchigiana, se per contatto con le famiglie inglesi già allora abituate a soggiornare nei colli anconetani o con i mercanti che transitavano nel porto dorico, o se invece l'abbia tratta dalla propria preparazione culturale e filosofica di stampo classico. Si sa soltanto che in quella circostanza anche il famoso e presuntuoso Henry Stanley dovette, come usa dirsi, abbassare le orecchie; il che dimostra se non altro l'immediata comprensibilità e l'indiscutibile efficacia dell'espressione, vero vanto della retorica marchigiana.
Si tratta perciò di una reazione a un atteggiamento cui si assiste, ad esempio all'apparizione sulla scena di un paccaciocchi (cfr. voce); essa mantiene tuttavia un tono più bonario, a volte affettuoso. In altri casi, invece, serve a rimarcare con la propria secchezza la distanza tra le due parti in causa e a diffidare l'infastidente dal farsi di nuovo i fatti altrui.
L'origine del modo di dire si perde nella notte dei tempi: Bjorn Eriksson-Ravelli, antropologo svedese, credette di averne individuato la genesi nella Rift Valley, e precisamente in una lunga striscia di terreno vulcanico che ha trattenuto le impronte fossili dei nostri progenitori. Si tratta per l'esattezza dei passi di una coppia di ominidi, la cui sensazionale scoperta, avvenuta nel 1976, fu per più giorni strillata a tutta pagina dai giornali di tutto il mondo (ne parlò anche la "Voce Misena", in un breve editoriale a firma del vescovo Odo Fusi Pecci). Essi paiono avvicinarsi, poi si biforcano di colpo e si perdono nelle nebbie del tempo; sostiene Eriksson-Ravelli in un suo noto saggio (cfr. B. ERIKSSON-RAVELLI, Spostati dal mio sentiero evolutivo, per cortesia, in AA. VV., Qualcuno avverta se arriva una tigre: la nascita della conversazione nella Preistoria, Stockholm 1982) che a quella testimonianza fossile ben si attagli il seguente dialogo, a suo dire intrattenuto dagli Erectus: "Oh!" (avvicinandosi). "Oh. Qu'arvoi?". "Te pare na felce, quella?". "Que m'ha da pare'?". "Na felce, na selce, como se dice. Te pare na piedra? Damme chi, te fo vede io como se taja la piedra. 'N vorrai gi' a caccia cu quel ciaffo?". "Ma bada' a camina', va', pensa a le selce tua e a quel budre de tu madre" (qui le orme si allontanano).
La maggior parte dei filologi, tuttavia, preferisce allontanarsi dallo spinoso ambito preistorico e attenersi alle testimonianze scritte: in particolare, pare che una certa sensibilità quanto alla difesa del proprio cammino e dei propri interessi di fronte alla curiosità altrui si sia acuita e rafforzata con l'epicureismo, che insegna a viver nascosti e insegna dunque a rifiutare le rotture di coglioni, come dimostrato da Peppe Kant, pronipote recanatese del noto filosofo baltico (vedi P. KANT, Le principali dottrine e scole maggiori della filosofia mondiale illustrate ai ciabattini e ai carrettieri, Monte Vidon Combatte 1873). D'altra parte, una certa gelosa tutela del privato diviene prassi nella tarda Età Classica: è nota a questo proposito la risposta che l'imperatore Adriano diede a un certo Gaio Pipo Baccolone, senatore anconetano di antica e nobile schiatta. Quest'ultimo continuava a impicciarsi nella salute, in effetti malferma, del princeps, vantandosi di certi infallibili medicamenti dorici. Finché, un bel giorno, l'imperatore non affrontò con un bel sorriso Baccolone e gli disse: "Animula vagula blandula, deambula tua via; noli meam intersecare, sed prudente observa passus tuos". La risposta piacque molto allo sportivo Baccolone e ai biografi imperiali presenti; per qualche via, dunque, essa dev'esser giunta fino a noi.
Si sa d'altronde con certezza che questa espressione, di perfetta chiarezza e intellegibilità, oltreché impeccabile nella forma, si è diffusa nei secoli anche nei paesi di cultura non latina, e in particolare nel Nord Europa. Alcuni ritengono che tale penetrazione sia avvenuta per il tramite della Chiesa Cattolica e del suo latino maccheronico; si ricorda ad esempio che nei dintorni di Ipswich un diacono ebbe a rispondere alle accuse e ai vaneggiamenti di un eretico, il quale metteva in discussione i dogmi e la gerarchia e proponeva anzi certe proprie riflessioni teologiche che aveva tratto nelle pause del proprio lavoro di stalliere del conte normanno Roger Le Poutipou, "Cave caminare, aut appello milites..." (Bada a camina', scinnò chiamo le guardie; cfr. W. TINKLERBELLY, Il Norwich City FC e altre forme di religiosità popolare nell'East Anglia, ed. it., La Spezia 1999). Possibile che tale risposta, in cui si esprimeva comunque l'arroganza tipica della Chiesa di Roma al culmine del Medioevo, abbia colpito le popolazioni del luogo e sia passata in proverbio, dapprima in una buffa e sgrammaticata ripetizione della formula latina, in seguito adattandosi alla lingua inglese. Altri trova invece improbabile un simile passaggio e giudica che il modo di dire sia da considerare tipico di certe zone dell'Italia e confinato a quelle lande che si allargano tra gli Appennini e il Mare Adriatico; è il caso di Ruggero Coso, etnologo e glottologo di nascita nizzarda e adozione ascolana, il quale nel suo Dizionario ragionato dei lemmi piceni e senoni (Trodica di Morrovalle 1901) così redige la voce "Bada a camminare": "Esortazione di ambiente popolare, di registro vario ma per lo più piccato ovvero scherzoso; confinata alla Marca e precisamente alla sua porzione centrale vale Pensa a' fatti tuoi, o anche Non proferire smargiassate. Tende per sua natura a troncare poco urbanamente una conversazione indesiderata (...)".
In ogni caso, checché ne pensi l'auctoritas del Coso, un gustoso aneddoto trova quel modo di dire impegnato in una dimensione non soltanto marchigiana. Lo racconta il naturalista e divulgatore Seymour Nighthandler nel suo godibilissimo Livingstone segreto: motti e vizietti di un esploratore (Edimburgo-Rotondo di Sassoferrato 1994). Nello specifico, è rievocato un momento dell'incontro tra il dottor Livingstone e Henry Stanley, quando il giornalista individuò il medico scozzese in Tanganika e lo accompagnò per un certo tratto nell'ostile regione dei laghi Bongo. Qui, ad un certo punto, Stanley invitò l'anziano missionario a far attenzione alle sabbie mobili, ai serpenti e alla altre insidie del terreno; al che Livingstone replicò, con spirito più scozzese che vittoriano, "Care about walking, my younger friend: I used to be among niggers when you still stank of milk... (Bada a camina', giuinotto; stacéo 'nfra mezzo ai negri co' te anco' sapéi de latte...)".
Non si sa da quale fonte Livingstone abbia desunto un'arguzia così evidentemente marchigiana, se per contatto con le famiglie inglesi già allora abituate a soggiornare nei colli anconetani o con i mercanti che transitavano nel porto dorico, o se invece l'abbia tratta dalla propria preparazione culturale e filosofica di stampo classico. Si sa soltanto che in quella circostanza anche il famoso e presuntuoso Henry Stanley dovette, come usa dirsi, abbassare le orecchie; il che dimostra se non altro l'immediata comprensibilità e l'indiscutibile efficacia dell'espressione, vero vanto della retorica marchigiana.
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